Cancro alla tiroide: aumentano i malati di diagnosi

Fonte
Welch HG. JAMA 2006; 295: 2164.

Durante il congresso dello scorso settembre della European Thyroid Association è stato tracciato un quadro allarmante, nel quale l’incidente nucleare di Chernobyl avrebbe giocato un ruolo non secondario: le radiazioni infatti possono causare un tumore in questa ghiandola posta nel collo (vedi la figura 1): quindi chi ha subito l’inquinamento radioattivo dopo l’esplosione del reattore nucleare sovietico ha un rischio maggiore di sviluppare il cancro.



Gilbert Welch, della Dartmouth Medical School, dà però una interpretazione alternativa.

Welch ha mostrato che anche negli Stati uniti dal 1973 al 2002 si è registrata un aumento dell’incidenza di questo tumore. Lo zampino dell’uomo in effetti c’è, ma non ha l’aspetto inquietante di un atomo impazzito. Anzi negli ultimi trent’anni del 1900, almeno negli USA, le persone sono state meno esposte alle radiazioni: l’ultimo incidente nucleare nel continente americano risale al 1961.

L’aumento dell’incidenza sarebbe solo apparente: in realtà non ci sono oggi più persone malate di tumore alla tiroide rispetto a 30 anni fa, ma solo più persone con diagnosi di tumore.
Sembra un gioco di parole, eppure non lo è. Se l’aumento di questo tipo di cancro fosse vero, sostiene Welch, si dovrebbe osservare un maggior numero sia degli stati iniziali della malattia sia degli stati avanzati. Così come si dovrebbe osservare un aumento di sintomi e di morti causate dalle tiroidi ammalate.
Però così non è.
La situazione infatti è illustrata dal grafico sottostante, dal quale si deduce che ogni anno che passa vengono scoperti sempre più cancri alla tiroide ma la mortalità non aumenta: circa 1 persona ogni 100.000.



Alcuni, analizzando questo grafico, vedono il successo della tecnologia diagnostica e terapeutica: affermano che ogni anno cresce il numero di persone malate ma crescono di pari passo la capacità di individuare precocemente il tumore e di curarlo.

Welch però, non convinto da questa spiegazione, ha ha voluto vederci più chiaro. Scavando tra i dati disponibili ha potuto comporre il seguente grafico.



Si può vedere che a far schizzare in alto i casi di cancro alla tiroide sono le diagnosi dei cosiddetti “tumori papillari”, cioè le forme meno aggressive e diffuse: dalle autopsie condotte su persone decedute per le più svariate cause, emerge che uno su tre porta in corpo una modificazione di questo tipo. Fortunatamente però nessuno se ne accorge perché non danno alcun disturbo finché non superano i 5 centimetri di diametro.

Non è aumentato invece il numero dei tumori scarsamente differenziati: quelli più maligni.

Insomma secondo Welch non si può dire che la diagnosi precoce e le terapie hanno permesso di tenere bassi la mortalità nonostante l’aumento di incidenza: semplicemente non è aumentata l’incidenza di tumori, ma solo la capacità di scoprire piccoli noduli benigni.

Il guaio è che vengono impropriamente chiamati “cancro” e trattati come tali. Si potrebbe obiettare che è sempre meglio curare qualcuno in più che qualcuno in meno. Tuttavia non è scontato.

Nel caso della tiroide Welch registra che 7 volte su 10 un nodulo papillare viene curato con l’asportazione dell’intera tiroide. Un misura drastica che negli anni non ha portato a vantaggi in termini di minor mortalità. Ma se aumenta il numero di persone curate per tumore (chi si trova nell’area A) e non diminuisce la mortalità vuol dire che molti sono sottoposti inutilmente a cure anche pesanti e nessuno ricava un benefici.

Ecco tre diapositive che esemplificano quanto appena argomentato





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Inserito da redazione il Mer, 15/11/2006 - 01:00