Clinical Trial's Day: alla salute del trial!

Avere una grave malattia e sentirsi proporre di partecipare a una ricerca per trovare una nuova cura può suscitare reazioni disparate: in media, meno di un terzo è disposto ad accettare. Chi però ha già provato una volta risulta molto ben disposto, con un atteggiamento positivo in circa due terzi dei casi. Almeno così risulta per le donne americane sopra i 50 anni, che sono state interpellate dalla Society for Women’s Health Research; ma la cosa risulta plausibile anche da noi, a sentire le testimonianze di chi ci è passato e racconta di essersi sentito insieme protetto e utile.
Nel mondo si pubblicano ormai ogni anno i risultati di 22 mila trial clinici e il 10 per cento degli intervistati (sempre USA) dichiara di essere stato coinvolto almeno una volta: è un modo di vivere l’esperienza di malattia e di venirne fuori, che ha preso piede ed è destinato a divenire sempre più comune.

Per stabilire se una cura è realmente più utile di un’altra non c’è altro modo che fare la prova, in due gruppi di pazienti scelti a caso. Questo metodo, nella sua apparente banalità, è un’acquisizione recente, ed è anzi probabilmente la “scoperta” più importante delle medicina del secolo scorso. Eppure il pubblico presente a Milano alla prima celebrazione italiana dell’International Clinical Trial’s Day (Milano, 20 maggio scorso) ha sentito Silvio Garattini dire che la stragrande maggioranza degli oltre 3 mila trial in corso in Italia sono inutili, anzi servono solo ad aumentare la vendita di farmaci e non a comprendere come curare meglio le malattie.
Un volta tanto il difetto non è solo una faccenda italiana, ma sta come si dice “nel manico”, e cioè nel modo in cui gli studi sono finanziati.

La ricerca biomedica è partita nel dopoguerra negli Stati Uniti grazie a uno sforzo federale, simile per ambizione al progetto Manhattan e condotto attraverso i National Institutes of Health: a essa dobbiamo gran parte dei miracoli che sono divenuti possibili nei decenni successivi, dalle cure per la leucemia alle meraviglie della chirurgia. Negli ultimi decenni però il carico degli investimenti si è progressivamente spostato, negli USA e in Europa, dai fondi pubblici a quelli privati, soprattutto dell’industria farmaceutica, che investe ormai la bella cifra di oltre 100 miliardi di dollari l’anno per la ricerca. Con questo spostamento è sembrato possibile prendere due piccioni con una fava: i privati ci mettono i soldi, con la speranza di buoni profitti, e i cittadini di tutto il mondo ottengono un continuo progresso delle cure senza dover troppo contribuire con le tasse.

La cosa ha funzionato bene all’inizio, ma mostra ormai da tempo i segni di una insostenibile divaricazione dei due interessi in gioco. E’ logico: non ci si può aspettare che l’industria di sua spontanea volontà finanzi anche le ricerche che potrebbero limitare o annullare il valore commerciale dei suoi prodotti. Basti un esempio: probabilmente solo alcune delle donne con tumore al seno che fanno la chemioterapia dopo l’intervento ne hanno davvero bisogno, ma sinora non si sono fatti gli studi per individuarle. Oltretutto il sistema attuale non sembra più in grado neppure di assicurare le novità: da anni ormai, a fronte di investimenti crescenti, il gettito di prodotti realmente capaci di cambiare qualcosa per la salute si sta prosciugando.

La via di uscita da questo vicolo cieco non è facile. Certamente gioverebbe una robusta iniezione di fondi pubblici alla ricerca biomedica, e qualcosa si sta muovendo anche in Italia, con l’istituzione dell’Agenzia del farmaco e i fondi che destina alla ricerca indipendente; ma non basterà mai, se non si trova il modo di sintonizzare nuovamente anche gli investimenti privati verso obiettivi di salute. Si dovrebbe arrivare a un nuovo contratto sociale, tra cittadini e industria. Non basta più dire: voi ci mettete i soldi e vi tenete i profitti, ma ci date le novità. Bisogna aggiungere che quelle novità devono incidere davvero sulla salute della gente.

Altrimenti, colpo dopo colpo, rischia di incrinarsi anche la fiducia nella ricerca. Qualche segno c’è già: nell’indagine citata all’inizio una donna su sette ha dichiarato di non voler partecipare "perché non ci crede", una frazione uguale a chi ha paura dei rischi o della perdita di tempo.

Roberto Satolli

Ultimo aggiornamento 22/5/2006

Inserito da redazione il Lun, 22/05/2006 - 23:00