Antipsicotici sotto analisi

Fonte
Bola JR. Schizophr Bull 2006 32: 288

Sembra vacillare una certezza della psichiatria: l’utilità di riconoscere e curare precocemente la schizofrenia, nella convinzione che ritardare l'uso di farmaci anti psicotici sin dalle prime allucinazioni avrebbe danneggiato il cervello dei malati.

Ad aprile, sarà pubblicato su Schizophrenia Bulletin uno studio che ha analizzato 6 sperimentazioni cliniche su persone schizofreniche e che giunge a conclusioni discordanti con la pratica corrente.

Ciò che lo studio dimostra, prendendo in considerazione 6 importanti sperimentazioni cliniche condotte dal 1953 al 2002, è che non sempre le persone traggono vantaggio da una cura precoce, mentre ne ricavano tutti gli effetti collaterali che queste comportano: molti schizofrenici hanno continuato a condurre una vita quasi normale per lungo tempo liberi da farmaci.

In generale sono emersi risultati contrastanti: alcune sperimentazioni hanno osservato miglioramenti nel gruppo dei trattati altre nel gruppo placebo.

Gli psichiatri interventisti, convinti dell’efficacia dell’attuale standard della terapia, hanno criticato l’ampia escursione temporale (1953-2002) delle ricerche esaminate: forse un tempo la cura non era così incisiva e innocua, ma oggi, sostengono, i farmaci sono più efficaci e sicuri rispetto a 50 anni fa, quindi non c’è motivo di ritardarne l’uso.

Tuttavia un articolo, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel settembre 2005, ha in parte ridimensionato questa convinzione: il profilo rischio beneficio dei nuovi farmaci antipiscotici non è così vantaggioso rispetto ai principi attivi più datati: ancor oggi sono molti coloro che abbandonano la terapia a causa dei pesanti effetti collaterali.

La controversia fa riemergere alcuni nodi irrisolti della schizofrenia: non sono chiari gli effetti dei farmaci sul cervello, non è chiaro il meccanismo dell’insorgenza degli attacchi né è chiaro perché i disturbi tendono a peggiorare. Inoltre le reazioni, positive e negative, alle cure sono differenti da persona a persona. Secondo alcuni commentatori, i farmaci potrebbero essere utili per alleviare i sintomi di un attacco ma il loro uso prolungato potrebbe rendere più pesanti i futuri episodi della malattia. Altri mettono in risalto i risultati positivi che si ottengono con la terapia familiare e comportamentale, priva di effetti collaterali, efficace nel contenere gli attacchi e duratura nel tempo.

Ora il nuovo studio sembra ridimensionare il successo del criterio “trattare tutti e subito”, e lo fa a partire dalla semplice analisi di dati già pubblicati. Ma com’è possibile che una pratica clinica sia diventata consuetudinaria in assenza di prove certe?

Secondo John Bola, autore dello studio, si può affermare che fino al 40 per cento delle persone con i sintomi iniziali della schizofrenia se la caverebbe senza un intervento farmacologico immediato. Purtroppo però non c’è un test che predica quali persone traggono giovamento dall’uso precoce dei farmaci e quali no.

Questa ipotesi apre due vie di intervento sulla malattia della psiche:

  • una conduce a chiarire, attraverso ulteriori ricerche, come ottimizzare l’uso delle cure, con l'obiettivo di limitare il numero delle persone trattate a coloro che veramente traggono beneficio dall’intervento farmacologico;
  • l’altra, intrapresa da chi confida nel progresso dei farmaci verso una minore dannosità, porta a universalizzare la cura nella convinzione che la terapia, se non farà bene, almeno non farà male.

Il modo con cui avanza la ricerca scientifica (sostenuta in gran parte dall'industria che ha interesse a mettere sul mercato farmaci che possono essere utilizzati da un gran numero di persone piuttosto che cure specifiche per piccoli gruppi di malati) e la natura del mestiere del medico (chiamato a soddisfare una esigenza immediata di salute) probabilmente hanno determinato il successo della seconda strategia di intervento.

Sergio Cima, Roberto Satolli

Ultimo aggiornamento 27/3/2006

Inserito da redazione il Lun, 27/03/2006 - 23:00