PSA: una bocciatura più mezza

Erano attesi come il Messia i trial che certificassero l'efficacia dello screening per il cancro alla prostata, il cosiddetto dosaggio del PSA (Prostate-Specific Antigen).

Infatti, nonostante il test sia stato introdotto nella seconda metà degli anni Ottanta, nonostante secondo alcune statistiche abbia contribuito a ridurre i tassi di mortalità per cancro alla prostata del 4% annuo dal 1992, nella realtà, di studi clinici appositamente progettati e realizzati per comprendere il reale beneficio apportato da questo esame nel prevenire il tumore alla prostata e la morte a seguito di questo, non se ne erano visti.
Nel frattempo, un alone di leggenda aveva circondato il test con cui prevenire il cancro alla prostata. Specialisti a  consigliarlo, uomini di mezza età, allevati alla scuola della diagnosi precoce, a chinare il capo e a sottoporvisi. Tanto si tratta di un semplice esame del sangue.

Facile, indolore. Perché non farlo?

Vero, finché l'esito dell'esame non è positivo. Cioè finché la concentrazione della proteina (il PSA) non sia superiore ad una soglia limite. E qui comincian le dolenti note e la reazione a catena di ulteriori test diagnostici (la biopsia) e di trattamenti più o meno invasivi, ma nessuno privo di rischi ed effetti collaterali.

A conti fatti, dunque, l'ansia dell'attesa era più che giustificata quando il New England Journal of Medicine, nell'ultima settimana di marzo ha pubblicato i risultati di due trial che avevano ad oggetto proprio la capacità del test del PSA di ridurre la mortalità per cancro alla prostata.
Made in Usa, l'uno, europeo l'altro. Non perfettamente sovrapponibili quanto a metodologia e a campione arruolato, ma dagli esiti piuttosto chiari: "lo screening del PSA di massa ha al massimo modesti effetti sulla riduzione della mortalità per cancro alla prostata durante la prima decade di follow up", ha scritto in un editoriale pubblicato sullo stesso numero della rivista Michael Barry, medico al Massachusetts General Hospital e docente alla Harvard Medical School di Boston. Inoltre, aggiunge, "i benefici sono prodotti a costo di una forte sovradiagnosi e sovratrattamento". Infine, conclude, "il problema chiave non è capire se lo screening per il PSA sia efficace o meno, ma se produca più benefici che danni".
E, a quanto pare, non lo fa.

Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian (PLCO) Cancer Screening Trial

Nulli, infatti, i benefici secondo il trial americano, il Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian (PLCO) Cancer Screening Trial, che tra il 1993 e il 2001 ha arruolato 76693 tra i 55 e i 74 anni. "Adesso sappiamo che lo screening per il cancro alla prostata non produce alcuna riduzione nei tassi di mortalità a 7 anni e non appaiono indicazioni di alcuni beneficio neanche in quel 67% del campione che ha completato i dieci anni di folow-up", scrivono gli stessi autori.

European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer-ERSPC

Più controversi i dati della sperimentazione europea (European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer-ERSPC). In questa, che ha arruolato 182.000 uomini di età compresa tra i 50 e i 74 anni, qualche beneficio del test del PSA emerge. Lo screening appare ridurre infatti la mortalità per cancro alla prostata a 9 anni del 20%, detto in numeri assoluti: circa una vita ogni 1.400 persone che si sottopongono al test.

Ma a quale costo? Sovradiagnosi e sovratrattamento. Cioè identificazione di tumori che altrimenti non sarebbero mai stati scoperti perché con bassissime probabilità di progredire verso forme aggressive o mortali. E le conseguenti cure di cui con molta probabilità non ci sarebbe stato bisogno, che tuttavia portano con sé complicazioni, effetti collaterali e abbassamento della qualità della vita.

C'è inoltre un dato puramente aritmetico che emerge dallo studio europeo e che è opportuno non trascurare: quante persone devono sottoporsi allo screening, prima, e a un terapia anticancro, dopo, perché una sola morte sia evitata?

Gli esiti di questi studi hanno spinto l'American Cancer Society ad affermare: "E' 50 volte più probabile vedere la propria vita rovinata dal test anziché salvata"(Screen or Not? What Those Prostate Studies Mean)

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Antonino Michienzi

Inserito da Antonino Michienzi il Gio, 02/04/2009 - 11:09