Non tutto il glutine vien per nuocere

Fonti
Norris JM. JAMA 2005; 293: 2343
Farrell RJ. JAMA 2005; 293: 2410

Il governo italiano ha approvato una legge a protezione del malato di celiachia. L’obiettivo è favorire la diagnosi precoce di questo disturbo e sostenere i celiaci rendendo gratuiti, oltre che disponibili nelle mense pubbliche, i cibi dietoterapici, cioè gli alimenti simili ai tradizionali (pastasciutta, dolci eccetera) ma privi di glutine.

Infatti essere celiaco comporta avere un intestino che non tollera il glutine, una proteina che si trova nei cereali e che viene usata dall’industria alimentare in una grande quantità di prodotti. Il sistema immunitario delle persone predisposte, a causa di una eredità genetica, reagisce al glutine producendo anticorpi che finiscono per danneggiare la mucosa dell’intestino.

Prevenire la celiachia non è possibile: alcuni ritengono che sia utile introdurre il glutine solo alcuni mesi dopo lo svezzamento, altri prima, ma non si hanno dati che confermino o smentiscano le due teorie.

La terapia invece è una sola: eliminare il glutine dalla dieta, cioè rinunciare per tutta la vita non solo a farinacei e legumi, ma anche insaccati, cioccolato, succhi di frutta, yogurt, prodotti industriali in generale. Evitare di assumere questi cibi comporta evidenti sacrifici, tanto che l’adesione a questo severo regime alimentare è molto bassa, direttamente proporzionale alla gravità dei sintomi che la malattia procura.

Molte persone sono predisposte geneticamente per reagire al glutine, fortunatamente non in tutti la reazione è osservabile.

Infatti un recente editoriale pubblicato sul Journal of American Medical Association ha ribadito che le cause della celiachia sono molteplici: oltre alla predisposizione genetica sembra avere un ruolo determinante ciò che si mangia nei primi mesi di vita.

Ciò spiega perché alcuni non presentano sintomi e altri percepiscono solo lievi disturbi e giungono alla diagnosi di celiachia una volta adulti. I più sfortunati, una minoranza, lamentano sofferenze all’intestino anche per una sola ostia (che contiene glutine).

La diagnosi precoce che il Ministero della salute intende proporre aprirà le porte allo screening di massa sui bambini invocato da alcune associazioni di pediatri e pazienti?

L’opportunità dello screening per questa malattia è dibattuto fin dagli anni novanta, prima di allora non era proponibile, oggi invece sarebbe economicamente poco impegnativo e minimamente invasivo.

Fino al 1990 infatti la diagnosi si basava su una biopsia eseguita sugli individui con sintomi persistenti. La celiachia era diagnosticata in una persona su duemila. Nel 1990 la Eurospital propone il «il primo sistema commerciale di diagnosi non invasiva per lo screening di massa della malattia celiaca, fino ad allora sottostimata» (dal sito di Eurospital), cioè un test per determinare la presenza di anticorpi anti a-gliadina La facilità di accesso propria di questo esame ha fatto impennare le diagnosi di celiachia

La stessa ditta si fa carico del «Progetto Celiachia 2000» per far luce su questa intolleranza alimentare: nel 1994 nuovi dati indicano che una persona su 304 è celiaca. Un anno dopo la quota viene ulteriormente limata: uno su 299. Nel 1996 la direzione medica della ditta si chiede «Quanto è grande l’iceberg? Eurospital incrementa il suo impegno per ottenere la risposta finale». Oggi Eurospital afferma: «uno su 61 è statisticamente celiaco. Oggi solo la punta dell’iceberg è diagnosticata».

I favorevoli allo screening affermano entusiasti che è necessario approfittare di una tecnologia che permette di curare la malattia al suo stadio iniziale con una dieta adeguata: solo così sarebbe possibile proteggere l’intestino dai danni che infligge la prolungata esposizione al glutine.

I contrari sostengono che non rilevare la celiachia nelle persone che hanno solo sintomi lievi o non percepibili, o non ne hanno affatto, li protegge dalle complicazioni che comporta la dieta stessa.

Chi ha ragione?

Lo screening può individuare l’intolleranza al glutine ancora silente, ma non mette in condizione di formulare alcuna previsione su chi, e in che grado, svilupperà la malattia vera e propria o altre complicazioni (come tumori o malattie autoimmuni).

Inoltre non è noto quali e quante delle forme silenti si evolvono verso forme conclamate. Nemmeno si conosce l’importanza dei sintomi: anche chi avrebbe solo sintomi leggeri sarebbe trattato con una dieta impegnativa.

Si può concludere che oggi gli strumenti consentono di rilevare l’intolleranza al glutine, ma. data la frequenza della variante silente si rischia di coinvolgere nella cura anche chi non ne avrebbe mai avuto bisogno.

Tanto più che l’efficacia delle dieta non è provata per tutte le varianti della malattia. In particolare non si sa (e prima di disporre misure diagnostiche di massa che conducono a interventi medici lo si dovrebbe sapere):

  • se la dieta è utile, oltre che nelle forme palesi anche per quelle silenti;
  • se la dieta influenzi la vita dei soggetti silenti in termini di crescita, comparsa di sintomi, sopravvivenza, qualità della vita, alterazioni nel tessuto dell’intestino eccetera.

Solo quando saranno chiariti questi punti si potranno offrire elementi per un consenso informato, che consenta ai diretti interessati di decidere se i vantaggi attesi (e provati scientificamente) dalla dieta superano i disagi dati dalla dieta stessa e dal proprio disturbo.

Sergio Cima, Roberto Satolli

Inserito da redazione il Mar, 05/07/2005 - 00:00