Dieta, addizione vitaminica e prevenzione del cancro

Siamo ciò che mangiamo, è evidente: i ricercatori concordano sul fatto che i diversi stili di alimentazione non possano che produrre diversi effetti sul fisico. Quando però si tratta di individuare quali siano tali effetti e quindi consigliare una precisa dieta per prevenire, curare o controllare questa o quella malattia i pareri discordano.

A fine aprile la copertina del British Medical Journal ha proposto la foto di una bella insalata alla greca, con un titolo eloquente: «La dieta mediterranea allunga la vita». Si tratta di un gigantesco studio europeo condotto su oltre 60 mila anziani di 9 paesi (Italia compresa) che conferma le virtù salutari di un’alimentazione ricca di frutta, verdura, legumi, cereali e pesce.

Eppure non sempre i risultati degli studi sono coerenti con questa convinzione: solo a gennaio, un articolo pubblicato sul Journal of American Medical Association aveva messo in dubbio che le diete fino a oggi indicate siano davvero efficaci nel prevenire il cancro, in particolare quello del colon.

Persino l’argomento che a mangiare meno grassi e a mantenere il peso forma non si rischia nulla è messo in discussione da dati recenti: le persone in leggero sovrappeso sembrano stare meglio e avere una migliore aspettativa di vita di quelle con un peso normale.

Ciò non toglie che vi siano molte prove provenienti da studi scientifici che indicano nell’obesità un fattore aggiuntivo di rischio per diverse malattie.

Come si spiegano tutte queste incertezze su un argomento così importante per tutti?

Innanzitutto va detto che studiare gli effetti di uno stile di alimentazione non è come valutare l’efficacia di un farmaco. Non è possibile (o risulta molto difficile) fare veri esperimenti, cioè convincere un gruppo consistente di persone ad alimentarsi in un certo modo per un tempo sufficientemente lungo, in modo da poterne poi confrontare la salute con quella di un altro gruppo, indotto ad alimentarsi in modo differente.

Ci si deve perciò accontentare di osservare quello che le persone mangiano spontaneamente, e trovare poi le relazioni con le malattie di cui si ammalano, o con la durata della vita o altri indicatori. Si tratta ovviamente di studi molto complessi, lungi e difficili. Per di più i risultati non sono mai certi: è impossibile infatti stabilire se viene prima l’uovo o la gallina: chi mangia sano gode di migliore salute grazie ai cibi che sceglie, oppure sono le persone più sane (perché attente in generale al proprio corpo) che seguono anche una buona alimentazione?

Dobbiamo dunque rassegnarci a non avere certezze? Fortunatamente no, perché anche se i singoli studi basati su semplici osservazioni non sono mai decisivi, la somma di molti “indizi”di questo genere finisce per costituire un castello di prove sufficientemente solido, quando si tratta di elementi provenienti da diverse popolazioni e ottenuti con metodi differenti, ma che sono coerenti tra loro e con quanto è noto a livello biologico, per esempio da ricerche condotte sugli animali.

Per esempio dopo avere osservato che in certe popolazioni (i giapponesi o gli esquimesi) gli infarti sono meno frequenti che in altre, si possono confrontare le abitudini alimentari e attribuire il vantaggio a particolari cibi (il pesce) molto più consumati nelle prime. In seguito si può mettere alla prova questa supposizione verificando se i giapponesi o gli esquimesi che cambiano abitudini alimentari, per esempio in seguito a una emigrazione, subiscono un aumento del rischio di infarto, in modo da escludere che il fattore protettivo fosse una diversa suscettibilità genetica.

Tutto ciò è stato fatto, e la mole dei dati raccolti negli ultimi venti anni consente di affermare con sufficiente certezza che la dieta mediterranea è la più sana.

Il che non significa che sappiamo esattamente a quali cibi specifici si possa attribuire un valore protettivo, e tanto meno a quali componenti chimici dei singoli cibi. Per esempio è appurato in base a numerosi indizi che mangiare molta frutta e verdura fresca protegge contro il cancro al polmone e contro l’infarto. Si è pensato perciò che il merito fosse di alcune vitamine contenute in quegli alimenti, come per esempio il beta carotene o la vitamina E. Da qui è nata l’idea che chi odia i broccoli può salvarsi comunque la pelle prendendo qualche compressa di questo o quell’integratore. Niente di più ingannevole. Quando si sono fatti studi per verificare l’efficacia del beta carotene per prevenire il cancro al polmone nei fumatori si è avuta la prima doccia fredda: non solo l’integratore non funziona, ma fa addirittura aumentare il rischio di tumore. Una delusione altrettanto cocente si è avuta più recentemente con la vitamina E per quanto riguarda l’infarto.

La morale è semplice: su cosa fa bene mangiare aveva ragione la nonna, ma chi spera di potere condensare quella saggezza popolare in pillole rischia di fare più male che bene.

Sergio Cima, Roberto Satolli

Inserito da redazione il Lun, 30/05/2005 - 00:00