Il business dei farmaci anticancro

Fonti
British Journal of Cancer 2005, 93: 504-509
N Engl Med 353; 11: 1091-1093

Negli ultimi due anni le case farmaceutiche hanno aumentato gli investimenti in ricerca e sviluppo in maniera sensibile: la curva di crescita si è infatti impennata a partire dal 2004, (quando i fondi totali destinati ai nuovi farmaci ammontavano a circa 45 miliardi di dollari) e, secondo stime correnti, la tendenza continuerà almeno fino al 2007, quando si toccherà la cifra di 60 miliardi di dollari.

Tra tutti i settori spicca l’impennata per i farmaci antitumorali e per il sistema nervoso, per i quali sono previsti per il 2007 oltre 30 miliardi di dollari di investimenti in ricerca, vale a dire la metà del budget totale.

In particolare, il mercato dei farmaci anticancro sembra conoscere un momento particolarmente positivo, anche se sono diverse le voci che criticano le prove di efficacia delle nuove molecole, come emerge da un articolo Giovanni Apolone dell’Istituto Mario Negri di Milano pubblicato sul British Journal of Cancer.

Secondo l’autore dello studio, infatti, la maggior parte dei successi ottenuti nell’abbassamento della mortalità in Europa sarebbe dovuta alla prevenzione, non ai trattamenti farmacologici, che promettono mirabilie ma, se si va a vedere, ottengono sovente vantaggi minimi per il malato, talvolta misurabili in un mese in più di sopravvivenza a fronte però di alti costi e di una qualità di vita non per forza migliore.

Terapie costose e poco efficaci dunque? Negli ultimi tempi sono stati sollevati molti dubbi sul reale valore aggiunto delle nuove molecole rispetto ai classici e molto più economici farmaci antitumorali usati da decenni. Questo studio rincara la dose inquadrando la questione da un altro punto di vista: un’analisi dettagliata, e che non risparmia critiche, sulle procedure di approvazione per i farmaci anticancro adottate in Europa dal 1995 – anno in cui è stata istituita l’European Medicine Agency (EMEA) – al dicembre 2004.

Al pari degli Stati Uniti, infatti, dove la Food and Drug Administration detta legge in materia, in Europa l’EMEA è l’ente preposto a concedere l’autorizzazione per l’immissione sul mercato di nuove molecole, dopo aver fornito una prima valutazione scientifica sulla qualità, sicurezza ed efficacia del nuovo trattamento.

Per i farmaci antitumorali le linee guida adottate dall’Agenzia europea richiedono che sia stato condotto almeno uno studio comparativo randomizzato di fase III. In questo tipo di sperimentazione la nuova terapia viene confrontata con un trattamento comunemente utilizzato per una data malattia, considerando sia l’efficacia sia gli effetti collaterali, e in questo modo si può dimostrare se la nuova molecola comporta benefici per i pazienti rispetto a quelle già in vendita o se non aggiunge nulla di nuovo.

In realtà, però, negli ultimi dieci anni sono state diverse le autorizzazioni rilasciate senza questo requisito, anzi, è spesso accaduto che un farmaco sia stato approvato sulla base di prove preliminari di studi molto piccoli e non randomizzati che “non permettono una valutazione accettabile e ben documentata del profilo di tossicità”.

Ma non è tutto. Tra gli obiettivi considerati per valutare l’efficacia del farmaco antitumorale la sopravvivenza non figura quasi mai, o è valutata a uno, due mesi di distanza (e non a 3-5 anni). Al suo posto si verifica la risposta (totale o parziale) al farmaco - quindi quanti pazienti hanno ottenuto un miglioramento delle condizioni dopo il trattamento - o il tempo di progressione, che valuta quanto tempo passa tra la terapia e un peggioramento delle condizioni cliniche del paziente, o, ancora, la diminuzione della massa tumorale. “Questi esiti” afferma Apolone nell’articolo “possono essere considerati indicatori dell’attività antitumorale, ma non sono validi segnali di un beneficio clinico”.

Non si terrebbe conto, insomma, del reale miglioramento della qualità della vita dei pazienti o della loro sopravvivenza, ma si cercherebbe solo la strada più breve per ottenere l’autorizzazione alla commercializzazione.

Le case farmaceutiche, infatti, hanno tutto l’interesse a velocizzare le procedure per recuperare gli ingenti investimenti in ricerca, e spesso sperimentano le nuove molecole allo stadio più precoce consentito, arrivando ad arruolare pazienti in condizioni molto particolari al solo scopo di poter richiedere lo status di “approvazione accelerata” o “sotto eccezionali circostanze” e disegnando lo studio nel modo più semplice possibile.

Fare in fretta sembra essere la parola d’ordine e, sotto le pressioni esercitate dagli investitori, spesso molti farmaci vengono immessi sul mercato “senza che sia stato compreso fino in fondo il reale meccanismo attraverso cui esercitano l’ azione clinica”.

Le linee guida adottate dall’EMEA permetterebbero, insomma, molte scappatoie ai danni della sicurezza e della salute pubblica e andrebbero riviste, come sottolineano i ricercatori del Mario Negri, che concludono: “La necessità dell’industria di guadagnare una fetta fiorente di mercato andrebbe bilanciata dal dovere di fornire farmaci efficaci senza porre un indebito carico sui servizi sanitari nazionali europei”.

Simona Calmi, Pietro Dri

Ultimo aggiornamento 20/9/2005

Inserito da redazione il Mer, 21/09/2005 - 00:00

1) Taxani, Irinotecan,

1) Taxani, Irinotecan, oxaliplatino, inibitori delle aromatasi, trastuzumab, gleevec, rituximab. TUTTI questi farmaci hanno consentito di ridurre la mortalità e/o prolungare la sopravvivenza per le principali neoplasie. Gli Autori sono in grado di elencare farmaci INEFFICACI? 2) I tumori per i quali lo screening contribuisce a ridurre la mortalità sono il tumore della cervice uterina (Pap-Test) e il carcinoma mammario (Mammografia) e nessun altro. Inoltre, per il carcinoma mammario la riduzione in mortalità è pareticolarmente evidente per le donne di età inferiore ai 50 anni (quando NON si fà la mammografia e quando più è efficace la terapia medica farmacologica dei tumori).
PierFranco Conte, Professore Ordinario Oncologia Medica