Verso il mondo dei suoni

Luca Carra intervista Martina Gerosa.

Cosa si prova tuffandosi in un mondo sonoro fino a prima sconosciuto? Martina Gerosa, architetto milanese, con una grave ipoacusia fin dalla nascita, vive questa esperienza quando un giorno, dopo trent'anni passati ad immaginare i suoni attraverso i rumori, riportati dai suoi apparecchi retroauricolari di tipo tradizionale, prova un nuovo tipo di apparecchio che la porterà in una dimensione sonora inaspettata.

«Sono nata non ancora settimina e, con ogni probabilità, la mia sordità è stata generata da un trauma postnatale dovuto ai farmaci ototossici con cui mi salvarono la vita. Ero una bambina del tutto normale ma non parlavo, se non con qualche sporadica parola che ogni tanto mi usciva inaspettata.

Dicevano che era a causa dell'educazione bilingue, mia madre, infatti, è tedesca e che quindi avrei impiegato più tempo per iniziare a parlare. Fortunatamente la comunicazione tra genitore e bambino è una comunicazione globale, fatta di sguardi, abbracci, carezze e gestualità quindi, in quei primi anni immersa nel silenzio, sebbene non mi arrivassero le parole dei miei genitori, riuscivo a percepire i messaggi che volevano inviarmi. Da piccola, volevo sempre essere presa in braccio, in questo modo potevo "sentire" le parole attraverso la "via ossea", le vibrazioni del petto di chi parlava erano il mio canale di ascolto. Scoprirono che non udivo all'età di quasi quattro anni, la diagnosi fu: ipoacusia bilaterale di tipo neurosensoriale, grave e profonda, significa che il mio orecchio interno non è in grado di trasformare le vibrazioni sonore in impulsi nervosi.

La sordità o, come preferisco chiamarla, ipoacusia, è raro che sia totale, quasi sempre è presente un residuo uditivo che può essere sfruttato mediante attrezzature tecniche. Anche nel mio caso era presente un residuo uditivo, soprattutto nella gamma delle frequenze basse, così, subito dopo la diagnosi, mi misero degli apparecchi retroauricolari ed iniziò anche la stagione della logopedia che, grazie all'uso di immagini associate a parole scritte, mi stimolava ad apprendere i vocaboli leggendo. Per me era come un gioco attraverso il quale ho anche scoperto molto presto la gioia di leggere. Durante la mia infanzia, i libri sono stati preziosissimi; prima quelli illustrati e poi i racconti. Li "divoravo" nel silenzio della notte e intanto allargavo il mio patrimonio linguistico. Tuttora il mio modo di apprendere avviene in buona misura attraverso il canale visivo, la labiolettura è rimasta per me essenziale nella discriminazione delle parole. Il percorso di logopedia, durato circa tre anni, con il fondamentale lavoro a casa svolto in modo ludico con mamma e papà guidati dalle indicazioni che ricevevano dalla logopedista, è stato cruciale per farmi apprendere il linguaggio orale.

Per i miei genitori era importante che imparassi a parlare perché ritenevano che il linguaggio dei segni, non permettendomi di comunicare con tutti, avrebbe limitato i miei rapporti sociali. L'età scolare l'ho passata frequentando le scuole pubbliche come una qualsiasi altra bambina della mia età. Fondamentali sono stati la disponibilità degli insegnanti ma soprattutto l'aiuto ricevuto dai compagni. Mi ricordo di Maria Laura, costantemente al mio fianco sia alla scuola materna che alle elementari e sempre pronta a ripetermi quello che non avevo udito, o Elisabetta che alle scuole superiori mi passava i suoi appunti per integrare i miei. Ho sempre apprezzato la naturalezza e la spontaneità con cui mi è stata offerta una mano; questo atteggiamento mi ha permesso di vivere l'ipoacusia come se fosse una mia particolarità, senza mai sentirmi esclusa dagli altri.

Purtroppo i primi apparecchi retroauricolari che portavo, sebbene mi aiutassero a sentire, mi davano l'impressione di essere circondata da un mondo di rumori. I suoni che mi giungevano alle orecchie erano metallici, meccanici, artificiali, poveri di elementi e di sfumature, oltretutto, l'uso di quegli apparecchi peggiorava notevolmente il mio udito, in qualche modo, portarli mi assordava. Essere immersa nel "rumore" era faticoso, certi giorni non vedevo l'ora di tornare a casa per togliermi gli apparecchi. Giunta a vent'anni la mia capacità di resistenza era al culmine, ormai frequentavo l'università e seguire le lezioni in immense aule, magari per un'intera giornata, rappresentava per me un'autentica sfida. Quelli sono stati anche gli anni in cui ho trovato un equilibrio interiore e la forza di esprimermi in pubblico. Quando ero piccola non riuscivo quasi a "spiccicare" una parola, ero molto insicura per via della mia voce "strana" il cui suono mi procurava un grande fastidio. Inoltre, vedere gli sguardi straniti di chi mi ascoltava per la prima volta, mi bloccavano. Non mi andava di dare delle spiegazioni, di dire che avevo problemi di udito e quindi limitavo i miei discorsi al minimo indispensabile. Col tempo ho trovato il coraggio di dare delle spiegazioni, di chiedere ai miei interlocutori di parlarmi in modo che mi aiutassero a comprendere e la mia vita è decisamente cambiata. Il cambiamento più importante sul piano dell’udito, però, è avvenuto a trent'anni, quando ho indossato i miei primi apparecchi endoauricolari.

Venni a conoscenza di questo nuovo tipo di protesi dai miei vicini di casa che, sapendo che erano tecnologie molto avanzate, esito di ricerche scientifiche all’avanguardia in Italia, le avevano prese per il loro piccolo nipotino, affetto anche lui da sordità. "Prova anche tu!", dissero e così iniziai il mio viaggio nel mondo sonoro. Quando indossai per la prima volta questi nuovi apparecchi ricordo che l'ingegnere Racca, che li aveva progettati, mi avvertii che avrei sentito dei suoni che, pur essendo sempre stati presenti nell'ambiente, non avevo mai udito. La prima impressione fu di trovarmi improvvisamente avvolta dal suono, ebbi la sensazione che nella vita quotidiana vissuta precedentemente, fossero stati i rumori a farla da padrone rispetto alle voci. I suoni avevano improvvisamente acquistato spazialità, cioè una terza dimensione, ora si avvicinavano, ora si allontanavano. Piano, piano ho cominciato a mettere a fuoco un paesaggio sonoro che fino a prima risultava confuso, era come se i diversi suoni e rumori invece di accavallarsi l'uno sull'altro si separassero prendendo forma e consistenza. Le parole che prima riuscivo a distinguere solo grazie all'ausilio della lettura labiale ora mi arrivavano distinte nella testa, mi raggiungevano senza che io dovessi approssimarmi a loro, e poi, ho cominciato a sentire suoni nuovi: c'era il rumore dei passi sull'asfalto che si distingueva da quello del traffico, lo scricchiolio dell'ascensore, lo sbattere della tovaglia che fa "flip-flap", l'acqua, che mentre scende nei tubi del lavandino, gorgoglia. Non avevo mai sentito questi piccoli rumori molto particolari, persino divertenti.

Oggi, quando mi ascolto, sento la mia stessa voce in un modo nuovo, ho l'impressione di sentirmi dentro e non fuori, la "voce-distaccata-da-me" che prima odiavo è diventa "voce-in-me". Da poche settimane ho cambiato nuovamente gli apparecchi, negli ultimi anni il mio udito sembra aver recuperato quello che era stato perduto con l'uso dei miei apparecchi di un tempo e questo ha dato la possibilità di mettermi un nuovo tipo di endoauricolari adattato alle mie nuove frequenze di ascolto.

Cambiare apparecchio non significa solo sentirci meglio ma anche lavorare sul proprio ascolto. Dovrò abituarmi ai nuovi suoni che percepirò, cercando di discriminare ciò che mi fa piacere da ciò che mi crea disturbo, per capire se ci sono dei rumori che sono male amplificati dall'apparecchio o solo troppo fastidiosi per me. Portare una persona ad udire non significa solo correggere il suo difetto funzionale, bisogna anche tenere conto dell'aspetto soggettivo e psicologico che possono andare ad incidere sul modo di sentire. Per questo motivo mi piace distinguere la parola rumore da quella suono.

Suono è qualcosa che accogli ed accetti, il rumore è fastidioso. Suono e rumore sono però due contenitori di "oggetti sonori" del tutto soggettivi per cui, ciò che una persona potrà mettere in uno, verrà messo in un altro da una persona differente perché ognuno ha la sua sensibilità acustica. Proprio per questo non accetterei di perdere il mio piccolo residuo di udito.

Oggi infatti, esistono interventi chirurgici che si chiamano impianti cocleari, che, bypassando le cellule dell’orecchio, riescono a ridarti l'udito fornendo degli impulsi elettrici direttamente alle fibre del nervo acustico. Gli impulsi una volta raggiunto il cervello vengono interpretati come suoni. Non si tratta quindi di un apparecchio acustico che amplifica solamente i suoni ma è un modo di dare l'ascolto in maniera mediata senza andare a lavorare su ciò che è rimasto di funzionale dell'organo, un po' come arrivare in cima al cervello con l'elicottero evitando il percorso più faticoso ma più vero che invece si intraprende quando si utilizza un tipo di apparecchio come il mio.

Oggi questo mio percorso è diventato un diario intitolato: "Un viaggio alla scoperta del paesaggio sonoro", che successivamente si è trasformato in una ricerca, un lavoro corale nel quale ho raccolto più di sessanta interviste di persone che avevano vissuto un’esperienza analoga alla mia. Spero che il sapere dell'esperienza portato da questi testimoni potrà essere utile per progettare e realizzare apparecchi sempre più sofisticati e in grado di tener conto delle esigenze di ogni singola persona.

Inserito da Marzia Pesaresi il Mer, 15/07/2009 - 16:36