Le dieci trappole dell'informazione sulla salute

"Troppo spesso la scienza appare sui mezzi di comunicazione più come un tema di consumo che come un soggetto da sottomettere al pubblico scrutinio, più come una fonte di divertimento che d'informazione. Troppo spesso la scienza viene presentata come un'attività arcana che sovrasta le capacità di comprensione umane, e dunque anche di controllo. Troppo spesso la trattazione giornalistica è di tipo promozionale e acritico, incoraggia un senso di apatia, un senso di impotenza, e la tendenza diffusa ovunque di delegare le decisioni agli esperti".
Dorothy Nelkin, sociologa

Media e salute

Col crescere dell'offerta informativa su questi temi aumentano anche le lamentele sulla "disinformazione" in campo medico. E' utile a questo proposito passare in rassegna le principali lacune dell'informazione in medicina, individuate da vari ricercatori.

Le 10 trappole

  1. Fidarsi degli esperti
  2. Interrogare lo specialista sbagliato
  3. Confondere la fantascienza con la scienza
  4. Farsi ingannare dai numeri
  5. Prendere gli aneddoti come prove
  6. N on porre le giuste domande a uno studio clinico
  7. Estrapolare dalla ricerca pura alla pratica clinica
  8. Enfatizzare le implicazioni cliniche di uno studio
  9. Trasformare un fattore di rischio in una malattia
  10. Presentare in modo alterato i rischi

1. Fidarsi degli esperti

Spesso gli articoli e i servizi radiotelevisivi che parlano di salute si configurano come passerelle di esperti. Questo può inficiare la correttezza delle informazioni. L'opinione degli esperti, infatti, spesso non è aggiornata come si crede, o può essere distorta da interessi e pregiudizi.
L'esperto, inoltre, può dare informazioni distorte da un conflitto di interessi non dichiarato. Uno studio recente ha mostrato che se una ricerca è finanziata da un'industria, le probabilità che le conclusioni siano pro-industria sono quasi il quadruplo di uno studio indipendente.

Qual è il consiglio
Mantenere un atteggiamento critico sulle affermazioni degli esperti e controllare sempre le fonti delle affermazioni.

2. Interrogare lo specialista sbagliato

Per pigrizia, malizia o mancanza di tempo, capita che il giornalista interroghi l'esperto sbagliato. I ricercatori in campo biomedico in genere sono molto specializzati e possono dire cose appropriate e aggiornate solo sul loro ambito di studio. Chiedere informazioni sulle nuove cure anticancro a un ricercatore che si occupa di studiare la proliferazione cellulare anziché a un oncologo espone al rischio di vere e proprie bufale.

Qual è il consiglio:

  • scegliere la persona da intervistare in base agli argomenti di cui ha scritto.
  • spesso è utile integrare con il parere di un non-specialista, che abbia una visione ampia, anche se più vaga, del tema, come il medico di famiglia.

3. Confondere la fantascienza con la scienza

Sia alla televisione sia sui quotidiani e i rotocalchi, la notizia scientifica merita la prima pagina se prefigura una svolta epocale, quando non un miracolo; è molto comune dare per terapie a portata di mano sperimentazioni allo stadio iniziale, forzando in sede di titolo e sommario, le ricadute positive del "progresso medico". Oltre un terzo degli studi, pubblicati su riviste prestigiose, che riportano risultati molto positivi o annunciano novità vengono successivamente smentiti o ridimensionati (Ioannidis JAMA 294: 218; PLOS Med 2:e124).

Qual è il consiglio
Sospettare di articoli/trasmissioni che usano le espressioni:

  • guarigione
  • miracolo
  • innovativo
  • promettente
  • eccezionale
  • speranza
  • vittima

Se vuoi sapere il motivo per sospettare di queste parole in medicina vai al link: The Seven Words You Shouldn’t Use in Medical News

4. Farsi ingannare dai numeri

Gli errori più frequenti in questo campo sono:

  • l'uso smodato di cifre (con più decimali) con effetti annebbianti del panorama mentale del lettore;
  • l'uso del rischio relativo invece del più utile rischio assoluto. Nel caso delle terapie, esprimere infatti l'efficacia utilizzando una percentuale (riduzione relativa del rischio) senza dare come riferimento il numero dei casi in cui si è ridotto il rischio (assoluto) porta a fraintendere il reale impatto clinico del trattamento.

Se un trattamento, ad esempio, riduce il rischio relativo di un evento avverso (o di avere una ricaduta di malattia o di morire per quella malattia) del 30% questo stesso effetto - se espresso in termini di riduzione del rischio assoluto - potrebbe corrispondere a una ben meno sensazionale riduzione del rischio assoluto del 3%. Ovviamente, se si presenta il risultato usando la riduzione di rischio relativo l'impressione che si suscita è molto maggiore.

Qual è il consiglio

  • sospettare delle fonti informative che usano due decimali: per esempio, il 18,63 dei casi…
  • sospendere il giudizio su una ricerca in cui non si riporti il campione su cui è stata condotta
  • privilegiare le informazioni che, insieme alla riduzione relativa del rischio, riportano anche quella assoluta. Esempio: il tale farmaco ha ridotto di un terzo (-33%) il numero di ictus (riduzione del rischio relativo), riducendo i casi da 3 a 2 sui 100 pazienti osservati (dal 3% al 2%, riduzione assoluta del rischio).
  • un buon modo per esprimere in modo maggiormente comprensibile l'efficacia di un intervento è il cosiddetto "number needed to treat" (NNT), vale a dire il numero di persone che è necessario trattare per ottenere una guarigione/prevenire un esito negativo (infarto, morte, ecc.). L'NNT è l'inverso della riduzione assoluta del rischio. Esempio: il tale farmaco ha ridotto il numero di ictus dal 3% al 2%. Il beneficio assoluto è quindi dell'1% (1 caso su 100. L'NNT è uguale a 100: cioè bisogna trattare 100 persone per ottenere l'effetto desiderato in 1 paziente.

5. Prendere gli aneddoti come prove

La forma di ragionamento non scientifico sorregge le proprie argomentazioni soprattutto con aneddoti, che hanno una forza suggestiva molto forte, ma nessuna validità statistica. Si può dare credito a un trattamento solo se è passato attraverso un processo sperimentale fatto di test di sicurezza ed efficacia a vari livelli.

6. Non porre le giuste domande a uno studio clinico

Se il fondare le proprie argomentazioni sulle prove rappresenta un notevole passo avanti rispetto al giornalismo basato sugli aneddoti o sulle opinioni degli esperti, è anche vero che raramente la cosiddetta "prova" viene esaminata criticamente.
Una singola sperimentazione clinica significa ancora poco, ha bisogno che il risultato venga replicato. Bisogna poi imparare a distinguere i diversi tipi di sperimentazioni, ognuno dei quali è dotato di una sua maggiore o minore forza scientifica.
Anche il cosiddetto processo di peer-review (revisione dei pari), che consiste nel sottoporre un articolo scientifico alla lettura critica di uno o più esperti di quella materia per decidere se pubblicarlo o meno, non garantisce sulla qualità dei risultati.
Per mettere alla prova la capacità critiche della peer-review un articolo con 8 grossi errori è stato sottoposto a 420 revisori della rivista JAMA: nessuno ha colto più di 5 errori, e la maggior parte non più di due (JAMA 1998; 280: 237).

7. Estrapolare dalla ricerca pura alla pratica clinica

Si usa spesso estrapolare risultati assolutamente preliminari (condotti su animali o su una selezione molto stretta di pazienti) alla clinica, facendo sembrare ormai dietro l'angolo terapie ancora lontane da un'applicazione efficace e generalizzabile.
Un'altra forma di estrapolazione scorretta di risultati clinici consiste nel confondere efficacia teorica di un trattamento con la sua efficacia sul campo.

8. Enfatizzare le implicazioni cliniche di uno studio

Molti studi giungono a risultati che non cambiano il corso di una malattia; dimostrano semplicemente che, somministrando la tale sostanza, hanno modificato di poco parametri intermedi senza migliorare la qualità di vita del paziente.

Qual è il consiglio
Accertarsi che lo studio prenda in considerazione gli esiti clinici importanti per la vita del paziente (come gli infarti, la mortalità o le disabilità) e non solo degli esiti intermedi, tipicamente valori di laboratorio o segni fisici (p.e. glicemia, colesterolo, pressione, volume del tumore) che si ritengono (a ragione o a torto) indicativi dell'evoluzione dello stato di salute.

9. Trasformare un fattore di rischio in una malattia

C'è la tendenza, favorita dall'"industria della salute" (aziende farmaceutiche, medici specialisti, televisione e stampa), a trasformare in malattia quelli che sono semplicemente parametri fisiologici che indicano un rischio aumentato di contrarre alcuni disturbi: per esempio un aumento di pressione arteriosa, zuccheri e colesterolo nel sangue.
Questo fenomeno, noto come "medicalizzazione", si accompagna a un'offerta sempre più insistente di screening e di misure di prevenzione primaria e secondaria alla popolazione sana.

10. Presentare in modo alterato i rischi

Spesso i media enfatizzano fonti di rischio con scarso o nullo impatto sanitario, e trascurano di dare un'informazione adeguata su rischi rilevanti. Stampa e televisione privilegiano fonti di rischio per le quali si possa facilmente trovare un colpevole o si possa sospettare un tentativo di censura; che coinvolgano personaggi famosi o che possano essere letti come anticamera a guai maggiori; che, pur essendo in realtà poco nocivi, sono molto diffusi.

Qual è il consiglio
In genere preoccupano di più e sono meno accettabili i rischi:

  • involontari (es. l'esposizione all'inquinamento) rispetto a quello volontari (es. sport pericolosi o il fumo)
  • distribuiti in modo diseguale (alcuni ne bene-ficiano mentre altri ne soffrono le conseguenze)
  • ineludibili, anche prendendo precauzioni
  • con origini non note o nuove derivanti da cause umane e non da fonti naturali
  • che causano danni nascosti e irreversibili (es. determinano l'insorgere di malattie molti anni dopo l'esposizione)
  • particolarmente pericolosi per i bambini o per le donne incinta, o in generale per le generazioni future
  • che possono portare a forme di morte (o di malattie) particolarmente temuti
  • che danneggiano vittime identificabili e non anonime
  • poco compresi dalla scienza
  • oggetto di affermazioni contraddittorie da parte delle fonti responsabili (o, peggio, della stessa fonte)

 


Bibliografia

  • Ragnar Levi, Medical journalism: Exposing fact, fiction, fraud, 2001, Iowa State University Press)
  • P. Bennet, K. Calman, Risk Communication and public health, Oxford University Press
  • G. Cosmacini, R. Satolli, Lettera a un medico sulla cura degli uomini, Laterza, 2003

Luca Carra, Marina Caporlingua

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Inserito da redazione il Gio, 10/11/2005 - 00:00

Vi sono gravi carenze nelle

Vi sono gravi carenze nelle attività di comunicazione sulla salute.Ci troviamo di fronte ad enfatizzazioni, a notizie su sperimentazioni di durata illimitata, a notizie "ad effetto" per attrarre l'attenzione dei lettori. Molti titoli,poi, non corrispondono o sono contraddittori rispetto ai contenuti degli articoli. E'indispensabile una maggiore serietà ed obiettività nel fornire l'informazione sulla salute.E bisogna proprio introdurre un vero e proprio codice di autoregolamentazione per i giornalisti che si occupano di sanità e di salute. E' di questo avviso pure l' ASMI, associazione della stampa medica italiana, che da temo auspica una informazione più seria ed obiettiva in materia di salute.
Raffaele Bernardini, giornalista-responsabile per la Comunicazione dell' Associazione italiana cardiopatici Onlus

Pienamente d'accordo: quasi

Pienamente d'accordo: quasi sempre l'allarmismo sanitario è una strategia funzionale agli interessi delle industrie farmaceutiche e, talvolta, è un'arma usata da colleghi, che cercano di creare condizioni favorevoli, per ottenere contratti di ricerca. Detto ciò temo che questo vostro meritorio intervento resti uno sfogo senza efficacia. Aggiungo: per coerenza chi è consapevole di questi "dirty tricks" dell'industria farmaceutica, si trattenga dal chiedere, proprio a tali industrie di fare da levatrice alla ricerca in medicina generale,di cui si auspica la nascita in Italia, anche considerando che la scarsa esperienza degli aspiranti ricercatori, li rende facilmente manipolabili.
Stefano Alice, mmg