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Scienza la nuova frontiera della prevenzione. Arriva il vaccino che protegge dal cancro all’utero

Gli ultimi test confermano: un cocktail di farmaci crea una barriera contro il papilloma, il virus che provoca alcuni tumori della cervice. E in America c’è già chi pensa di renderlo obbligatorio per le teenager. Tra molte speranze e qualche polemica.
“Efficace al 100%”: di solito, siamo abituati a sentircelo dire per un prodotto da telemarketing. Neanche la pillola anticoncezionale offre una protezione totale. Figuriamoci un vaccino contro il tumore (un binomio, questo, che già di per sé è una novità assoluta). Eppure, per la prima volta, un cocktail vaccinale si è dimostrato in grado di prevenire il cancro tutto al femminile della cervice, una delle poche neoplasie direttamente associata a una particolare infezione virale (in questo caso, il papillomavirus umano, Hpv, altamente infettivo e trasmesso per via sessuale). E di farlo garantendo una immunità praticamente a tappeto alle donne vaccinate.
Troppo bello per essere vero? 11 doppio record è stato convalidato di recente da una delle più vasto sperimentazioni cliniche internazionali mai effettuate, che ha visto la partecipazione di 12 mila pazienti in 13 Paesi e come protagonista il Gardasil, un vaccino quadrivalente che prende di mira anche le due varianti del virus che causano la maggior parte dei tumori del collo dell’utero. Un risultato che da una parte all’altra dell’Atlantico è stato giustamente salutato come “la più bella notizia di medicina femminile da decenni a questa parte”. “Sono dati fondamentali, quelli dello studio clinico di fase III, che dimostrano che la vaccinazione è altamente efficace nel prevenire le lesioni precancerose della cervice uterina e dei carcinomi non invasivi associati con il papillomavirus umano di tipo 16 e 18”, spiega Laura Koutsky, leader della ricerca multicentrica sull’Hpv, e professoressa di Epidemiologia all’Università di Washington a Seattle. Questi due ceppi del virus sono complessivamente responsabili del 70% dei carcinomi alla cervice. Senza contare che il vaccino offre protezione anche contro i tipi 6 e 11, quelli che causano il 90% dei condilomi, ovvero le verruche genitali.
In poche parole, questa nuova arma preventiva potrebbe portare col tempo alla sconfitta quasi completa del tumore al collo dell’utero e, come corollario, perfino impedire l’insorgenza di una patologia benigna — quella della condilomatosi — che è comunque più diffusa dell’herpes genitale. Non è poco. Specialmente quando si raffrontano questi risultati con le statistiche epidemiologiche: “Il tumore della cervice è una delle cause più comuni di morte nelle donne: circa 500 mila casi vengono diagnosticati annualmente nel mondo. E se la malattia venisse eliminata si potrebbero salvare 250 mila vite ogni anno”, racconta Mara Burney, responsabile all’American Council on Science and Health, specificando che il potenziale potrebbe essere ancor più significativo nelle regioni più povere del pianeta dove mancano esami diagnostici come il Pap-test. Ma i numeri rimangono alti anche laddove i programmi di prevenzione e di screening sono a disposizione di tutti. Negli Stati Uniti, per esempio, quest’anno saranno diagnosticati più di 10 mila nuovi casi o quasi 4 mila saranno senza speranza. Mentre in Europa se ne aspettano circa 33 mila con una mortalità che raggiungerà i 15 mila pazienti. E in Italia? Il tumore, qui, colpisce più di 3.500 donne. Al pari del resto del mondo, sono soprattutto giovani: la fascia di età più a rischio, infatti, è dai 30 ai 35 anni, ma si estende in certi casi addirittura dai 15 ai 44.
Un’incidenza così ad ampio raggio ha a che fare, naturalmente, con la trasmissione del virus per via sessuale. Si calcola addirittura che circa il 70% delle persone sessualmente attive (e qui includiamo anche la parte maschile) sia esposto prima o poi ai papillomavirus. “Ma attenzione: ci sono circa 20 tipi di virus che possono essere trasmessi tramite contatto genitale”, spiega Laxmi Baxi, professoressa di Ostetricia e ginecologia alla Columbia University di New York: “Nella maggior parte dei casi, l’infezione non è particolarmente aggressiva e il virus scompare da solo. E se persiste, anche per anni, può essere asintomatico e non provocare anormalità cellulari”. Tuttavia, una volta contratto il virus, alcune persone sviluppano lesioni della cervice che nel tempo, se non vengono rimosse, possono evolvere e portare al carcinoma. “I fattori che influiscono sullo sviluppo del cancro sono vari”, continua Baxi: “L’età della prima relazione sessuale, il numero di partner, il fumo, la presenza di altre malattie sessuali... Naturalmente, questi fattori devono agire in concerto con i tipi di papillomavirus cosiddetti ad alto rischio”.
Sono proprio i ceppi più pericolosi — siglati con i numeri 16 e 18 — a rappresentare il target del nuovo vaccino Gardasil, che usa le proteine presenti nell’involucro dell’Hpv, private dell’informazione genetica, per stimolare la risposta immunitaria. Prodotto dalla Merck, il Gardasil potrebbe presto aggiungersi addirittura all’arsenale delle vaccinazioni obbligatorie: entro la fine dell’anno dovrebbe passare al vaglio dalla Fda americana e quindi essere messo sul mercato entro il 2006 (mentre anche un altro gigante farmaceutico, la GlaxoSmithKline, è in dirittura di arrivo con la sua versione chiamata Cervarix). Non sembrano esserci grossi ostacoli sulla traiettoria burocratica, che comprenderà poi anche una richiesta di licenza all’European Medicines Agency. Ma una polemica si è già scatenata negli Stati Uniti riguardo la fascia d’età presa in considerazione per la profilassi immunologica — intorno ai 13 anni, ovvero prima che le adolescenti diventino sessualmente attive (il vaccino, in tre dosi sull’arco di sei mesi, non è terapeutico ma preventivo) — alcuni esperti, infatti, obiettano che il Gardasil potrebbe dare la falsa impressione ai giovani di proteggere anche contro lo altre malattie veneree. Una nota di cautela generale arriva anche dal National cancer institute (Nci), che ha contribuito allo sviluppo del vaccino:
“Non si tratta di una panacea”, avverte l’epidemiologo AlIan Hildesheim: “Anche se immunizzate, le donne sono sempre a rischio per i tipi di papillomavirus non inclusi nel cocktail vaccinale e pertanto lo screening diagnostica regolare resta d’obbligo”. Una esortazione che vale ancor di più in attesa del vaccino: la prevenzione attiva, ripetono gli specialisti, è la migliore arma in assoluto contro la malattia.

Simona Vigna. Corriere della sera Magazine, 3 novembre 2005.