Influenza
Un vaccino di efficacia modesta
Ma ha senso una vaccinazione di massa contro l’influenza? Ed è poi veramente così efficace contro l’infezione? Teoricamente le ragioni non mancherebbero per vaccinare i giovani: «Sono soprattutto loro a essere colpiti dall’epidemia e quindi rappresentano il principale bacino di trasmissione dell’influenza», spiega Stefania Salmaso, dell’Istituto superiore di sanità, «In Giappone, per esempio, hanno dimostrato che vaccinando i più giovani si proteggono anche gli anziani» (Reichert 2001).
Attualmente in Italia si vaccina contro l’influenza la metà degli ultrasessantacinquenni (l’obiettivo è arrivare a una copertura del 75 per cento) e il 12 per cento degli adulti. Il vaccino ha effetti collaterali abbastanza trascurabili e funziona, secondo quanto affermato nel decreto dal Ministero della salute 70-90 volte su 100 (un po’ meno negli anziani). Chi ha preso il vaccino, quindi, può contrarre lo stesso l’influenza.
Se invece di considerare l’efficacia teorica del vaccino (efficacy) contro i casi di influenza confermati in laboratorio se ne misura più correttamente l’efficacia sul campo nel ridurre i casi sintomatici (effectivness), le performance del vaccino crollano a un 30-40 per cento. Infatti, se si esclude probabilmente il momento di picco dell’epidemia, dove i virus A e B dell’influenza riescono probabilmente a prendere il sopravvento sugli altri, nell’arco della stagione le vere influenze probabilmente non arrivano a rappresentare nemmeno un terzo delle varie forme parainfluenzali (determinate da rinovirus, adenovirus, il virus sinciziale respiratorio, i parainfluenzali e via enumerando fino ad arrivare a circa 200 specie, per le quali il trivalente è ovviamente acqua fresca), come dimostra peraltro anche «l’andamento settimanale dei campioni clinici raccolti, degli isolamenti virali e dell’incidenza della sindrome influenzale» registrato annualmente dall’ISS e riportato nell’allegato 3 del decreto ministeriale sulla prevenzione influenzale (Ministro salute 2005).
Avendo come obiettivo l’effectivness del vaccino, il Cochrane Vaccine Field ha appena concluso una trilogia di revisioni sistematiche che mette in luce i modesti risultati del trivalente. L’ultimo studio in ordine di tempo, pubblicato in grande evidenza sul numero del primo ottobre di Lancet (Jefferson 2005 b), esamina l’efficacia della vaccinazione negli anziani, concludendo che essa è modesta per individui ricoverati in case di riposo e ancora più bassa per coloro che vivono nella comunità. In particolare, per i primi, i vaccini non mostrano un’efficacia significativa nel ridurre i casi di influenza e malattie similinfluenzali, mentre sono più efficaci nel contenere le complicanze più gravi, le ospedalizzazioni e i decessi. Per tutti gli altri anziani, invece, si è osservato che i vaccini riducono i ricoveri per polmonite di quasi il 30 per cento e i decessi del 42 per cento, ma non hanno effetti statisticamente significativi contro influenza, disturbi para influenzali e polmonite.
Sono dati apparentemente poco coerenti fra loro (come è possibile che il vaccino non riduca i sintomi influenzali e sia in grado invece di ridurre la mortalità?). Una possibile spiegazione sta nel fatto che la revisione – a detta dell’epidemiologo angloitaliano Tom Jefferson che l’ha condotta insieme a Vittorio Demicheli e altri ricercatori italiani – mette insieme studi diversi, molti dei quali studi di coorte che tendono sovrastimare gli esiti. «In realtà», spiega Jefferson, «il quadro che esce da questa revisione è che l’efficacia del vaccino è modesta, e che mancano studi adeguati per mettere alla prova vaccini potenzialmente più promettenti come l’adiuvato e il virosomale».
Ancora più grigia la valutazione dell’efficacia del vaccino che emerge dalla revisione sui bambini, anch’essa pubblicata su Lancet in febbraio (Jefferson 2005 b), e quella sugli adulti, per ora presente solo in formato elettronico sulla Cochrane Library (Demicheli 2005). Anche in queste due categorie la reale efficacia del vaccino contro le varie forme influenzali non supera il 30 per cento, e nel caso dei bambini con meno di due anni è prossima allo zero.
Difficile, con questi dati, giustificare una spinta alla vaccinazione universale. Tanto meno un uso del vaccino trivalente come prima risposta alla minaccia pandemica. Lo studio, che ha avuto nelle scorse settimane la copertura di tutti i grandi media britannici e statunitensi è passato sotto silenzio in Italia. Probabilmente la prossima mossa dei ricercatori del Cochrane sarà andare a verificare con una revisione sistematica l’efficacia del vaccino per i malati cronici e le altre categorie a rischio, di cui il ministero raccomanda la vaccinazione. Ci saranno altre sorprese?