Il disco erniato va mezzo salvato
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Fonte
James N et al. JAMA 2006; 296: 2441
In Italia ogni anno vengono asportate quasi 45 mila ernie intervertebrali. E’ così che in genere si tenta di risolvere il dolore provocato dalla compressione che un disco intervertebrale fuori posto esercita sulle radici dei nervi che partono dal midollo spianale. 
La conclusione di un recente studio pubblicato sul Journal of American Medical Association porta a considerare inutili un numero rilevante di questi interventi.
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Gomito del tennista? Passa con un niente
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Fonte
Bisset L et al. BMJ 2006; 333: 939
Epicondilite: chi l’ha avuta non se la dimentica. E’ un dolore piuttosto forte che costringe a tenere ferma l’articolazione del gomito. Probabilmente è causato da piccoli traumi passati inosservati ma che a lungo andare si fanno sentire. Per questo è conosciuto ai più come «gomito del tennista», lo sport che più di tutti mette sotto stress questa zona del corpo.
Ogni anno 7 persone su 1.000, di età compresa tra 35 e 50 anni, si trovano con il gomito bloccato dal dolore. I più fortunati dovranno pazientare sei mesi, altri invece dovranno convivere con un’articolazione fuori uso per ben due anni, in cui generalmente proveranno una moltitudine di cure (agopuntura, esercizi, ultrasuoni, massaggi, chirurgia, fasce ortopediche... ) che in realtà non hanno accumulato schiaccianti prove a proprio favore.
Lo studio pubblicato sul BMJ chiarisce vantaggi e svantaggi di tre strategie di intervento
comparando i risultati di altrettanti studi clinici.
Ecco i risultati sintetizzati in un grafico, che confronta la semplice attesa (eventualmente con un antidolore), le iniezioni di corticosteroidi
e la fisioterapia.
(clicca sull'immagine per ingrandire)
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Pazienti informati, cure più efficaci
Fonti
Heneghan C et al. Lancet 2006; 367: 404
Fitzmaurice DA et al. BMJ 2005: 331: 1057
Granger BB et al. Lancet 2006; 366: 1989 e 2005.
La capacità di autogestire le terapie a base di anticoagulanti orali migliora la qualità e l’efficacia delle cure stesse.A rivelarlo è uno studio pubblicato di recente sulla rivista Lancet, che ha messo in luce come il coinvolgimento attivo dei pazienti sia fondamentale per ottenere da una cura il massimo beneficio. Secondo la ricerca, i pazienti che seguono con scrupolo la terapia e regolano personalmente le dosi di farmaco, a seconda del bisogno, hanno un rischio
inferiore di incorrere in eventi tromboembolitici ed emorragie gravi, oltre ad avere una mortalità più bassa rispetto a coloro che seguono la stessa cura ma non sono in grado di correggerla all'uopo.
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Un po’ di cemento è il dolore non c’è più
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Via il dolore e via il bastone sono i risultati che si attende chi, colpito da malattie o traumi, si affida nelle mani dei chirurghi ortopedici.
Quando un bisogno si manifesta costante e impellente, l’offerta si attrezza. In due modi: proponendo nuovi interventi oppure aggiornando le tecniche tradizionali in modo da rendere meno traumatici gli interventi. Le ultime novità del mercato, pubblicizzate direttamente su siti internet delle cliniche e presentate ai congressi degli specialisti, sono due: una operazione che rinsalda lo schiacciamento delle vertebre (origine di mal di schiena) e un intervento
di chirurgia «mininvasiva» per la protesi d’anca.
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Farmaci omeopatici: a chi l’onera della prova di efficacia?
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Fonte
Shang A et al. Lancet 2005; 366: 726
I farmaci omeopatici hanno efficacia
pari al placebo
. E’ quanto emerge da un'analisi pubblicata sulla rivista Lancet.
Gli autori hanno setacciato diversi trial condotti per documentare gli effetti delle terapie omeopatiche e di quelle convenzionali. Di tutti gli studi individuati per entrambe le categorie, sono stati selezionati solo i migliori, cioè quelli ben costruiti dal punto di vista statistico (soprattutto con più partecipanti seguiti per lunghi periodi di tempo). Gli autori hanno constatato che le sostanze convenzionali mostrano di essere efficaci mentre l’effetto delle sostanze omeopatiche evapora fino a somigliare a quello dell’acqua fresca.
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FANS: solo dannosi o anche inutili?
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Fonte
Bjordal JM et al. BMJ 2004; 329: 1317
Per FANS si intendono i farmaci antinfiammatori non steroidei. Alcuni farmaci di questa classe (i primi scoperti) sono usati per sedare i dolori che durano pochi giorni: quando devono essere presi troppo a lungo, occorre associarli ad altri medicinali che proteggano dal mal di stomaco (comprese ulcere o sanguinamenti) provocati dagli antidolorofici.
Per cercare di ovviare a questi inconvenienti, sono stati inventati altri farmaci, appartenenti alla classe dei FANS, chiamati Coxib, che dovrebbero essere meno dannosi per lo stomaco, in modo da poterli utilizzare anche per disturbi cronici, che necessitano quindi di terapie prolungate.
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Avviso antisuicidio sugli antidepressivi
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Un giornalismo critico che faccia le pulci alle ricerche scientifiche, specie quelle sui farmaci, e metta in guardia dai legami, sovente assai stretti, tra ricercatori e aziende farmaceutiche. Questo obiettivo è ancora lontano e una dimostrazione giunge da oltreoceano dove peraltro la sensibilità
a questi temi è ben più sviluppata che da noi.
Oggetto del contendere è l'uso dei farmaci antidepressivi
nei bambini. Già all'inizio di quest'anno alcune aziende farmaceutiche erano state poste sotto accusa negli Stati Uniti per non aver reso noti i risultati di alcuni studi che segnalavano un rischio
quasi doppio di suicidio nei piccoli pazienti in cura con gli antidepressivi più recenti, noti come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina
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