Più statine per tutti?
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La notizia ha occupato le pagine dei giornali, dopo la pubblicazione sul New England Journal of Medicine dei risultati dello studio JUPITER (Justification for the Use of Statins in Primary Prevention: an Intervention Scopo della sperimentazione era capire se la rosuvastatina - un farmaco della classe delle statine, indicate per abbassare il colesterolo e quindi ridurre il rischio di malattie cardiovascolari - fosse efficace nel ridurre il rischio cardiovascolare anche in persone « apparentemente sane», cioè persone che non hanno livelli di colesterolo LDL elevati (è per questo specifico gruppo di persone che vengono di solito usate le statine), ma che hanno valori alti di un altro parametro, la proteina C-reattiva, una sostanza che segnala la presenza di uno stato infiammatorio nell'organismo. Alti livelli di questa proteina sono infatti legati a un rischio cardiovascolare elevato. Poiché la rosuvastatina si era in precedenza dimostrata efficace nel ridurre i livelli di proteina C-reattiva, gli ideatori dello studio hanno allora cercato di dimostrare che un abbassamento di questo parametro - insieme a un'ulteriore riduzione dei livelli di colesterolo - poteva contribuire a ridurre anche il rischio cardiovascolare in persone con alti livelli di proteina C-reattiva. E ci sono riusciti: i risultati dello studio JUPITER confermano che la rosuvastatina dimezza, a due anni dall'inizio del trattamento, gli eventi cardiovascolari nei pazienti « apparentemente sani». Si potrebbe concludere che usando questa statina come strumento di prevenzione primaria per tutti sil numero degli infarti e degli ictus si dimezzerebbe. La cautela, però, è d'obbligo ed è necessario prendere in considerazione alcuni altri aspetti. In un editoriale che ha accompagnato la pubblicazione dei risultati dello studio JUPITERsul New England Journal of Medicine, Mark Hlatky dell'Università di Stanford osserva che questi risultati «potrebbero estendere l'orbita dell'impiego delle statine fino a comprendere l'intera popolazione generale». E c'è una bella differenza tra la prevenzione fatta perseguendo buone abitudini (come una dieta equilibrata, l'attività fisica e l'astensione dal fumo) e quella fatta assumendo farmaci. Rimane poi il dubbio se due anni siano sufficienti per valutare la riduzione del rischio cardiovascolare, dal momento che le malattie cardiovascolari hanno un decorso che si protrae per decenni. Inoltre i dati dello studio sollevano almeno due perplessità: prima di tutto nei due anni di sperimentazione è stato rilevato un leggero aumento dei nuovi casi di diabete nel gruppo che assumeva il farmaco; in secondo luogo gli effetti a lunga scadenza dell'ulteriore abbassamento del colesterolo LDL in persone sane non sono noti.
C'è poi da considerare che la
proteina C-reattiva non è l'unico fattore che determina il rischio cardiovascolare ed è quindi improbabile, secondo Hlatki, che la
sua misurazione sia l'unico modo per identificare i pazienti che possono
beneficiare di questo trattamento. E forse non è neanche il migliore: per
saperlo sono necessari altri studi che mettano a confronto pazienti con livelli
elevati e bassi di questo marcatore Infine, è importante non perdere di vista i costi di una terapia prolungata con rosuvastatina. È vero che il farmaco si è dimostrato capace di dimezzare il numero di eventi cardiovascolari nei due anni di sperimentazione, ma in termini assoluti questo dato si traduce in una riduzione dal 2,8% all'1,6% del campione, se si considerano tutte le tipologie di evento, comprese quelle meno gravi. Limitandosi soltanto a quelle più gravi (ictus, infarto e morte per cause cardiovascolari) la riduzione in termini assoluti è ancora minore: si passa dall'1,8% allo 0,9% della popolazione di riferimento. Ciò equivale a dire che soltanto una persona ogni 120, tra quanti assumono il farmaco, ne trae beneficio evitando un infarto o un ictus che si sarebbe verificato se non avesse assunto alcun medicinale. A fronte di queste considerazioni bisogna valutare che il costo del farmaco è di circa 2,70 € al giorno e che quindi si spenderebbero circa 225.000 € per ogni infarto evitato: un ulteriore elemento da mettere sul tavolo per considerare nel loro complesso - e non per sminuire - i risultati dello studio JUPITER. Antonino Michienzi
Inserito da Antonino Michienzi il Mer, 24/12/2008 - 12:44
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