Errori in sanità: un progetto per ridurli al minimo
In Italia ogni anno vengono ricoverate 8 milioni di persone e di queste, secondo i dati del Rapporto Rischio Sanità del Cineas del Politecnico di Milano, circa il 4% (320.000 cittadini) subisce danni causati da errori o disservizi. Aumentano conseguentemente le cause contro ospedali e la Commissione Sanità del Senato ha deciso di istituire nel 2007 una Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario con lo scopo di acquisire tutta la documentazione e approfondire la questione individuando le maggiori criticità e gli eventuali interventi urgenti da adottare nel caso di gravi anomalie. Colpa di operatori sanitari distratti? In realtà è possibile sostenere con buona ragione che l'errore umano è spesso ha origine in un sistema generale che poco fa per ridurre il rischio che questi errori accadano. Gli ospedali si stanno organizzando per migliorare il livello delle prestazioni. Il 28% delle aziende sanitarie ha infatti creato un'unità di gestione del rischio clinico e uno spazio sempre crescente viene dedicato alla formazione del personale. Per esempio l'Istituto europeo oncologico di Milano e l' l'Istituto mediterraneo per i trapianti e terapie ad alta specializzazione di Palermo hanno reso pubbliche le rispettive iniziative e mentre il primo punta su corsi di aggiornamento periodici, il secondo utilizza il training virtuale.
Un progetto ad hoc è stato messo a punto anche dall'Ospedale di Verona. Ma perché un errore è difficile da affrontare da parte dell'operatore? Perché si può trasformare in un'esperienza traumatica? Per l'operatore coinvolto nel processo che porta all'errore quali sono le conseguenze all'interno della struttura ospedaliera? «Emerge un forte senso di colpa», spiega Romano, «anche immotivato, perché vi è un riflesso forte della propria immagine nell'errore, anche maggiore rispetto alla propria reale responsabilità. Questo è tanto più vero quanto più c'è una cultura della sicurezza di basso livello che tende a colpevolizzare e giudicare più che a capire, ad indicare la persona come unico responsabile dell'errore. Questo può portare anche a forme di depressione anche gravi». Come ovviare allora a questa situazione? «Per cercare di risolvere il problema e far sì che si riduca il rischio», dice Romano, «che si verifichi un errore è necessario comprendere qual è la percezione dell'errore da parte degli operatori. Abbiamo così messo a punto un sistema di rilevazione attraverso questionari e interviste assolutamente anonime, per valutare sistematicamente gli eventi avversi o i "quasi-eventi", cioè quelle circostanze che hanno beneficiato di particolari circostanze che hanno impedito il loro verificarsi. A livello più generale dobbiamo favorire la segnalazione spontanea di questi eventi e un'analisi dinamica proattiva, che permetta di analizzando le situazioni a freddo per verificare i possibili punti critici. Saranno gli operatori stessi a indicare la necessità di essere aiutati a capire la causa dell'errore e a identificare la soluzione per evitare che questo si verifichi nuovamente. Fattore importante è inoltre la possibilità per l'operatore di parlare con il paziente e coi suoi familiari. Paradossalmente - chiosa - sono proprio i pazienti che vorrebbero potersi interfacciare con l'operatore, piuttosto che con il portavoce dell'ospedale». Seduti di fronte al proprio medico bisogna ricordarsi che in qualsiasi professione l'infallibilità non esiste. Sbagliare diagnosi, terapia o prognosi è più frequente di quello che si pensa e che paradossalmente anche il medico è una delle vittime dell'errore per dinamiche che non si riescono a controllare e che esitano in un trauma emotivo, relazionale e professionale. E' necessario quindi comunicare apertamente col curante, esprimendo le perplessità e facendo domande. Senza temere di risultare molesti e con la convinzione di aver già ridotto il rischio di errore. Gabriele Rebuscelli Gabriele Rebuscelli
Inserito da Gabriele Rebuscelli il Mer, 07/05/2008 - 15:17
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Mal pratica dei periti