Cum grano salisRegolamentare il sale come un normale additivo alimentare e ridurne il consumo del 50 per cento salverebbe, soltanto negli USA, 150mila vite ogni anno. E' la tesi che un'associazione di consumatori americani, il Center for Science in Public Interest ha presentato all'FDA (Food and Drug Administration).
I dati a sostegno di questa petizione non mancano: numerosi studi dimostrano la connessione tra il consumo di sale (cloruro di sodio) e l'aumentato rischio
Il Center for Sciente in Public Interest non è da solo: persino l'Organizzazione Mondiale della Sanità lo scorso anno, a Parigi, ha dedicato un forum alla riduzione nell'assunzione di sale da parte della popolazione cui ha fatto seguito la pubblicazione di un rapporto dal titolo Reducing salt intake in populations (scarica il pdf). Secondo le stime che l'OMS riprende dalla letteratura, il fabbisogno giornaliero medio di sodio è inferiore al quarto di grammo mentre il consumo si attesta, per la maggior parte della popolazione mondiale tra i 6 e i 12 grammi (Studio INTERSALT, 1988). Abbondantemente dimostrata è anche l'efficacia Valori non irrilevanti. Ma vale la pena di rinunciare al pizzico di sale nella pasta? Un altro sacrificio del palato? Non è proprio l'obiettivo della petizione. Il Center for Science in Public Interest fin dal 1978 sollecita l'FDA ad adottare un particolare provvedimenti attraverso cui ridurre l'assunzione di sale da parte della popolazione: non un'altra campagna di sensibilizzazione ma con una semplice norma che stabilisse che il sale deve essere considerato alla stregua di un qualsiasi additivo alimentare. In questo modo le aziende produttrici di alimenti dovrebbero limitare l'impiego del sale nelle loro preparazioni. Anche in questo caso l'OMS fa da spalla. Sue stime indicano che oltre i tre quarti del sodio consumato quotidianamente da statunitensi è contenuto in prodotti confezionati o da ristorazione: viene usato non solo per esaltare il gusto, ma anche per dare ai prodotti la consistenza desiderata, per contrastare la perdita di sapore conseguente alle alte temperature a cui alcuni prodotti sono sottoposti o alla lunga conservazione e perché previene la proliferazione batterica.
Da qui l'ennesimo appello all'FDA: le autorità di controllo, secondo il CSPI, rivestono un ruolo cruciale in questo campo e la dimostrazione è semplice: basta comparare il contenuto di sodio dello stesso prodotto su mercati diversi: un Chicken McNuggets di McDonald's, per esempio, negli USA contiene più del doppio di sodio rispetto alla Gran Bretagna. Merito delle autorità inglesi (ed europee) che hanno fatto della salute dei cittadini, da perseguire anche attraverso la riduzione di sodio, una priorità: l'industria non ha potuto fare altro che adeguarsi. L'FDA, invece, «finora ha rifiutato di fare qualunque pressione sulle aziende affinché riducessero la quantità di sodio», ha dichiarato il direttore esecutivo di CSPI, «Ma è estremamente difficile che possa ignorare ancora a lungo gli avvertimenti sempre più frequenti della comunità medica». Il peso dei consumatori USA Il Center for Science in Public Interest è una tra le più importanti associazioni di consumatori americane, si occupa della promozione di un alimentazione corretta e fondata su evidenze scientifiche. Recentemente ha bacchettato anche la dilagante moda dei cibi italiani made in USA, ipercalorici e tutt'altro che sani. Bibliografia
Antonino Michienzi
Inserito da redazione il Mar, 18/03/2008 - 11:56
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