Dieta per l'autismo: terapia non provata ma praticataArriva dagli Stati Uniti e prevede una dieta alimentare priva di glutine e caseina, integratori vitaminici e un resoconto accurato dei comportamenti e delle reazioni del bambino autistico. E’ il programma Defeat Autism Now (DAN!) che si propone come cura per l’autismo e sta prendendo piede anche in Italia da diversi anni, anche grazie all’appoggio di alcune associazioni di genitori di bambini autistici. Il programma DAN! parte da una serie di assunzioni di base sulla diffusione e le cause della malattia: i casi di autismo si stanno moltiplicando tanto che si potrebbe parlare di epidemia Da ultimo è previsto un periodo di osservazione con resoconti su sintomi fisici e comportamentali del figlio da parte dei genitori, che devono comunicare in modo tempestivo al medico eventuali cambiamenti (per dettagli vedere www.autismwebsite.com). Un percorso che, oltre a essere costoso in termini di tempo e denaro, catalizza le speranze di molte famiglie e ne incanala risorse e aspettative, nonostante a oggi manchino le prove che sia efficace per l’autismo. L’idea nasce dall’osservazione che tra i bambini affetti da autismo c’è una maggiore frequenza di disturbi gastrointestinali e una maggiore permeabilità della parte intestinale, che viene valutata attraverso la misurazione della concentrazione di alcuni zuccheri nelle urine. Questo ha condotto alcuni ricercatori a elaborare una teoria che ipotizza la relazione tra autismo e anomalie dell’intestino. «L’autismo sarebbe associato ai danni cerebrali causati da sostanze simili ai peptidi oppioidi, assunte con la dieta e assorbite attraverso la parete intestinale. Secondo altri autori sarebbero invece alcune tossine prodotte dai batteri Per quanto riguarda il trattamento con antibiotico Rigore della ricerca e scelte individuali «Il termine NOW, ora, della sigla DAN! si riferisce alla convinzione che le conoscenze scientifiche in campo medico devono confrontarsi con la individualità biologica del singolo individuo e che l’intervento, quando in ballo la salute come nel caso dell’autismo, non può e non deve attendere i risultati di futuri studi epidemiologici a doppio cieco Tra l’impossibilità di guarigione e il richiamo alle emozioni Le argomentazioni per sostenere il programma proposto hanno toni allarmistici e fanno leva sull’emotività di molte famiglie che, trovandosi senza terapie per curare il proprio figlio, o non conoscendo gli interventi che possono portare a miglioramenti, si rivolgono anche a trattamenti non provati pur di vedere qualche beneficio. In particolare nell’autismo si è giocato molto sull’urgenza della necessità di un intervento, come spiega Daniela Mariani Cerati, medico specialista in farmacologia applicata e membro del comitato scientifico dell’ANGSA (Associazione nazionale genitori soggetti autistici), commentando il convegno internazionale sull’autismo tenutosi a Barcellona nell’autunno 2002: «abbiamo letto e ascoltato (...) una giustificazione che ha una grande forza di attrazione», e cioè: «non potete attendere, perché i bambini perdono la possibilità di migliorare via via che aumenta l’età» (Hanau 2005). Avvertimento ribadito da molti medici presenti che sostenevano terapie non provate, invitando all’azione genitori e famiglie. Se la scelta dei familiari è comprensibile alla luce di una situazione disperata e confusa, è meno comprensibile la chiamata di medici e di alcune associazioni di pazienti ad abbracciare questi trattamenti senza nemmeno invitare alla cautela e all’atteggiamento critico necessari, anzi, rifiutando di aspettare i tempi necessari perché vengano condotti studi al riguardo. Le fonti di informazione L’informazione da parte di carta stampata e televisione, in particolare per malattie in cui manca una terapia standard provata e riconosciuta, influenza in modo notevole la scelta di cure, farmaci e interventi, favorendo anche la diffusione di interventi ancora non provati. Il caso di Bella è stato emblematico in questo senso, perché ha unito la disperazione di persone malate di tumore che chiedevano a gran voce la terapia (non provata) e l’enfasi sui giornali e in televisione sul caso, generando pressioni su medici e istituzioni che hanno deciso di valutare la terapia attraverso studi ad hoc, che hanno stabilito l’inefficacia della terapia. La vicenda ha avuto ripercussioni sulle condizioni di molti malati, dal punto di vista della salute e anche delle condizioni economiche, avendo l’altissima richiesta esaurito le scorte dei farmaci della multiterapia, venduti al mercato nero a prezzi altissimi. Ha inoltre portato in primo piano la necessità di confrontarsi con il punto di vista dei pazienti e con le loro richieste, per quanto non basate su prove scientifiche, e di porre attenzione alle informazioni sulla salute divulgate attraverso le diverse fonti. Spesso in casi analoghi l’informazione viene divulgata tramite pubblicazioni, opuscoli, siti internet, attraverso le associazioni di pazienti e gli stessi medici, senza passare al vaglio di riviste specializzate che sottopongono gli articoli sugli studi condotti alla revisione dei pari, cioè alla valutazione di medici o ricercatori che ne giudicano, tra l’altro, la correttezza metodologica. Anche per questo il ruolo delle associazioni è fondamentale come “ponte” verso i pazienti e i loro familiari, che spesso ripongono fiducia in loro perché condividono esperienze analoghe, e vi si rivolgono anche per avere informazioni sulla malattia e sulle terapie (Mosconi 2002). Ipotesi sui motivi della scelta: “naturalità” e coinvolgimento Tra i motivi citati da chi segue trattamenti non sottoposti a sperimentazione, c’è di frequente il riferimento alla naturalità dell’intervento, presentato di solito come privo di effetti collaterali, e il sentirsi coinvolti con un ruolo attivo nel percorso di cura, come suggeriscono alcune indagini sui motivi della diffusione delle medicine non convenzionali, condotte negli Stati Uniti e nel Regno Unito (6,7). Il programma DAN! per esempio, introduce un trattamento a cui ricorre (la “terapia chelante”) con queste parole: «la ricerca ha dimostrato che il progressivo inquinamento ambientale e alimentare che accompagna e caratterizza la società industrializzata mette in crisi il nostro sistema detossificante» (1). Riferendosi quindi alla necessità di interventi che “purifichino” l’organismo. Inoltre sostiene di ricorrere a «molecole naturali a dosaggi farmacologici»,1 ponendosi nell’ambito di una pretesa naturalità, termine che nel contesto della salute è sempre accompagnato da un alone di ambiguità e vaghezza. Inoltre sono i genitori a dover annotare con scrupolo e attenzione i cambiamenti di comportamento e dei sintomi fisici del figlio, per poi comunicarli al medico. In questo modo non sono meri “esecutori” di ciò che dice il medico ma agiscono come fossero collaboratori indispensabili del medico nel ruolo di ricercatori e curanti: «la comunicazione tempestiva tra familiari e centro medico consente di ottimizzare compliance Senza negare il valore del coinvolgimento dei genitori e la possibilità che bambini autistici abbiano mostrato miglioramenti dopo aver iniziato questo programma, rimane la domanda su quali siano i motivi a cui attribuire tali cambiamenti, e comunque resta ferma la necessità di studi controllati. I limiti degli effetti che si osservano «La storia dell’autismo è ricca di illusioni su trattamenti che si sono dimostrati non soltanto inutili, ma addirittura dannosi» (Hanau 2005) commenta Carlo Hanau, docente di Programmazione dei servizi sociali e sanitari presso l’Università di Modena e di Reggio. Emblematico è il caso della secretina, ormone usato nel trattamento di bambini autistici che, nonostante dagli studi condotti sia risultato non efficace, ha continuato a essere usato da molti genitori per i propri figli. A questo proposito Hanau pone tre questioni critiche, che possono essere estese a ogni terapia non sottoposta a sperimentazione. Primo: i genitori che hanno notato qualche beneficio nei loro figli dopo l’iniezione di secretina hanno assistito a un miglioramento effettivo e reale o erano loro desiderosi di notarlo? L’obiezione è che ciò che hanno visto poteva essere il risultato delle loro stesse aspettative e speranza. Se anche di miglioramento si fosse trattato, era legato al farmaco o alle maggiori attenzione e cura attorno al bambino autistico? O ancora all’andamento naturale della malattia (un miglioramento spontaneo)? Infine un ultimo punto riguarda le conseguenze sanitarie, economiche e sociali di un boom di richieste della secretina: la scarsità di disponibilità del farmaco per canali di distribuzione legali e ufficiali ha alimentato il mercato nero, che ha portato il prezzo del farmaco alle stelle. La necessità di studi clinici controllati Sono molti gli esempi di farmaci usati prima che le prove scientifiche derivate da studi clinici controllati pubblicati su riviste scientifiche fossero disponibili. Un esempio noto è la terapia ormonale sostitutiva (TOS), prescritta dalla fine degli anni Novanta per diminuire i disturbi specifici della menopausa e per prevenire l’osteoporosi, con la convinzione che prevenisse anche accidenti cardiovascolari, basandosi su studi osservazionali. Nell’estate 2002 due studi statunitensi(9,10) hanno mostrato gli effetti negativi della TOS a livello vascolare, e la somministrazione ha subito un arresto. La diffusione di un farmaco o di un intervento, anche considerato standard, non è insomma garanzia che sia efficace e nemmeno che sia stato sottoposto a studi clinici per la condizione per cui viene usato. Gli standard di cura sono spesso infatti influenzati da fattori che vanno oltre le prove scientifiche, come per esempio gli interessi dell’industria farmaceutica, molto influente in questo settore. Spesso però sono proprio le persone malate, i familiari, le associazioni di pazienti e gli stessi media che reclamano a gran voce la disponibilità dell’ultima molecola scoperta, o di interventi che ritengono benefici, senza preoccuparsi se siano stati sperimentati e si siano dimostrati efficaci. Di questo si è discusso nel seminario intitolato «When untested therapies become accepted practice: evidence based healthcare issues for consumers», svoltosi nell’ambito del Cochrane Colloquium (convegno internazionale della Cochrane Collaboration tenutosi nel 2004 in Canada) (Cochrane Colloquim 2002) presentato da Kay Dickersin, direttore del Cochrane Centre statunitense, e da Maryann Napoli del Center for medical consumers di New York (Petitti 2002) Dai partecipanti al seminario, quasi tutti consumer, sono stati definite alcune ragioni convincenti per dissuadere pazienti e associazioni dal ricorrere e richiedere cure non provate. Prima di tutto è stato espresso l’avvertimento a non farsi sedurre dalla plausibilità biologica, visti i numerosi esempi in cui i meccanismi ipotizzati alla base del funzionamento di una terapia sono stati poi smentiti dagli studi condotti. Poi l’argomentazione è passata alla valutazione dei costi, in senso ampio, di un trattamento non provato. Tra i costi per l’individuo sono stati sottolineati:
Dal punto di vista della collettività, rappresentano un danno in quanto possono provocare:
Il programma DAN! espone in effetti a costi analoghi: gli esami di laboratorio richiesti devono essere condotti in laboratori statunitensi e gli integratori acquistati in Svizzera, con costi alti per le famiglie. Inoltre potrebbero essere abbandonati o ritardati trattamenti che hanno dato prova di migliorare le condizioni del bambino autistico (vedi box); la delusione delle aspettative dei genitori potrebbe infine peggiorare la qualità di vita familiare. Seguire questo trattamento comporta insomma un dispendio di risorse, non solo economiche, ma anche psicologiche, di tempo e di attenzione, a fronte di nessun beneficio provato. Seguendo la linea intrapresa di recente anche da una parte dell’associazionismo di tutela dei pazienti, che si prefigge di diventare «evidence based advocacy» (Mayer 2003), è necessario e in definitiva “conveniente” passare da una richiesta e da un uso indiscriminato di trattamenti a una scelta consapevole e critica sostenuta da una richiesta costante di prove di efficacia. Non solo i singoli pazienti o familiari devono essere consapevoli di questo, ma anche le associazioni, che hanno un ruolo strategico di informazione e di lobby a livello politico e sanitario. La posizione di collegamento verso i pazienti è così delicata e importante che coloro che propongono trattamenti più o meno nuovi spesso tentano di coinvolgere e convincere le associazioni ad abbracciarli e sostenerli. Diventa quindi indispensabile che le associazioni acquisiscano strumenti critici e si stacchino dall’emergenza e dall’emotività delle richieste dei singoli pazienti, ridefinendo il proprio ruolo nella tutela di coloro che rappresentano. La posizione di alcune associazioni e gruppi di genitori Che cos'è l'autismo
Bibliografia
Cinzia Colombo
Inserito da redazione il Lun, 02/05/2005 - 23:00
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Ho letto il suo articolo
Paolo Spadaro, papà di un bambino autistico
autismo e dieta
Dan
Sono medico
Nur Fardowza, medico gastroenterologo
Prima di iniziare il
Gianpaolo Eggenter, genitore
Sono il padre di una bimba
Massimiliano Vassura, genitore e medico
mi interesserebbe sapere
DAN
Il mio sta benissimo!!!
Fa dieta e integrazione, con metodo DAN
Ti consiglio qualche ricerca su internet a proposito
Ne stiamo discutendo molto su Facebook...