La condivisione dei dati individuali degli studi clinici

Una questione comune?

Negli ultimi anni è sempre più forte la richiesta di maggiore trasparenza nella ricerca clinica, per mettere in luce e poter analizzare al meglio le scelte fatte dai ricercatori quando lo studio viene pensato e i risultati ottenuti dallo stesso.

Una parte di questa discussione riguarda i dati raccolti dai ricercatori sui singoli partecipanti agli studi clinici –e che sono alla base dei risultati presentati in pubblicazioni scientifiche. E’ utile, vantaggioso, opportuno o rischioso renderli disponibili, o comunque condividerli, dopo averli opportunamente de-identificati (cioè non più riconducibili alla persona che ha partecipato allo studio)?

Di cosa si tratta?

Gli studi clinici servono per valutare l’efficacia e la sicurezza degli interventi medici, come farmaci, dispositivi medici, test diagnostici, programmi di screening, interventi educativi, o per studiare la frequenza delle malattie, i fattori di rischio e gli effetti avversi a lungo termine dei trattamenti. Durante tutte le fasi di uno studio clinico vengono raccolti dati relativi alla persona che vi partecipa. Nella fase iniziale vengono raccolti i dati sull’età, genere, e altre variabili demografiche così come sul tipo di diagnosi, gravità della malattia, altre patologie o terapie in corso. Durante lo svolgimento dello studio ciascun partecipante viene sottoposto al trattamento in studio (o ad un controllo) ed è seguito nelle visite di controllo. Al termine sono raccolti i dati necessari per valutare l’esito dello studio, cioè rispondere alla domanda dello studio: il trattamento sperimentale è più efficace o sicuro del controllo? Avere un determinato stile di vita (fumare, mangiare cibi grassi, ecc.) aumenta il rischio di malattie cardiovascolari? Questi dati sono alla base dei risultati degli studi clinici, che vengono pubblicati su riviste scientifiche. Questi articoli però sono sintetici, i dati sono riportati in maniera aggregata (cioè tutti insieme) e rispondono soltanto alle domande di ricerca principali dello studio.

Poter riutilizzare i dati raccolti può potenzialmente portare a conoscere meglio i trattamenti medici che utilizziamo.

Perché è importante l’accesso ai dati individuali degli studi

E’ prima di tutto una questione di trasparenza. L’accesso ai dati degli studi clinici rende possibile conoscere molti più dettagli di uno studio, non solo le informazioni pubblicate. Altri ricercatori possono utilizzare dati già raccolti e rispondere a nuove domande di ricerca, in modo da massimizzarne il valore e ridurre gli “sprechi”. Per esempio, avere accesso ai dati consente ad altri ricercatori o enti di poter approfondire le conoscenze e esplorare il rapporto rischi/benefici anche per sottogruppi della popolazione di studio che non sono di interesse di chi ha condotto lo studio primario. Inoltre, quando gli studi vengono pubblicati su riviste scientifiche, chi è incaricato di esaminare l’articolo può verificare che le conclusioni presentate siano giustificate dai dati raccolti.

 

Come i dati individuali degli studi clinici possono essere ri-utilizzati: due esempi.

Controllare i dati e conoscere più a fondo i benefici e i rischi dei trattamenti

Uno studio pubblicato nel 2001 aveva confrontato efficacia e sicurezza di due farmaci (paroxetina e imipramina) rispetto al placebo (sostanza inerte, come una pillola di zucchero) su 275 adolescenti affetti da disturbo depressivo unipolare. Gli autori concludevano che uno dei due farmaci (paroxetina) era generalmente ben tollerato ed efficace.
L’analisi dei dati dello studio, condotta da un altro gruppo di ricercatori quasi quindici anni dopo, ha mostrato che il farmaco (paroxetina) non era né efficace né sicuro per adolescenti che soffrono di depressione.
Lo studio originale è stato oggetto di una vicenda più ampia, che ha comportato anche un’azione giudiziaria sul produttore del farmaco. Aver potuto ri-analizzare i dati individuali ha permesso di far luce sulla mancata trasparenza della pubblicazione originale e di conoscere più approfonditamente il profilo di rischio/beneficio di questo trattamento.

Fonte: Le Noury J, Nardo JM, Healy D, et al. Restoring Study 329: efficacy and harms of paroxetine and imipramine in treatment of major depression in adolescence BMJ 2015;351:h4320.

Usare al meglio i farmaci che abbiamo a disposizione

La combinazione di due farmaci (diidroartemisinina e piperachina) è efficace contro la malaria e largamente utilizzata, ma è indispensabile che questi farmaci vengano utilizzati a dosaggi e per periodi adeguati. Nel campo delle malattie infettive infatti l’uso dei farmaci a dosi o per tempi non adeguati è responsabile dell’insorgenza di ceppi resistenti. Uno studio condotto nel 2013 combinando i dati individuali di 26 studi clinici condotti in Asia, Africa, Sud America per un totale di oltre 7000 partecipanti ha permesso di scoprire che i bambini al di sotto dei 5 anni di età spesso non rispondono al trattamento perché ricevono dosi più basse di quelle raccomandate. In particolare la dose di uno dei due farmaci (la piperachina) è stata correlata a un fallimento terapeutico, cioè ad una riacutizzazione della malaria.

Fonti
:
- WorldWide Antimalarial Resistance Network (WWARN) DP Study Group (2013) The Effect of Dosing Regimens on the Antimalarial Efficacy of Dihydroartemisinin-Piperaquine: A Pooled Analysis of Individual Patient Data. PLoS Med 10: e1001564
- Garner P (2013) Artemisinin Combination Therapy: A Good Antimalarial, but Is the Dose Right? PLoS Med 10(12): e1001565. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1001565.

 

Esistono però delle criticità. Alcune riguardano le persone che partecipano allo studio clinico. Le persone che partecipano agli studi devono essere informate sulla possibilità che altri ricercatori possono utilizzare i dati. E’ difficile però prevedere chi potrebbe richiedere l’accesso ai dati, e per quali motivazioni, perché le domande di ricerca si evolvono nel tempo sulla base delle conoscenze, e ai partecipanti perciò potrebbe essere chiesto di dare il proprio consenso a una procedura che non viene definita nei dettagli. Inoltre, alcuni dati raccolti possono essere dati sensibili (ad esempio età, sesso, ospedale di ricovero, data della diagnosi, ecc.) e quindi non possono essere condivisi senza opportune strategie per evitare il riconoscimento della persona che li ha generati. I dati devono essere in pratica resi anonimi o, meglio, de-identificati per ridurre al minimo la possibilità di risalire all’identità delle persone coinvolte.

Altre problematicità riguardano i ricercatori che potrebbero avere loro stessi pianificato nuove analisi non ancora pubblicate o temere un uso inopportuno o interpretazioni scorrette dei dati. Infine, si discute se l’accesso debba essere riservato ai ricercatori, e a quali condizioni, oppure debba essere pubblico, se e a quali condizioni.

Perché parlarne ora

La richiesta di condivisione e accesso a questi dati è al centro di un dibattito nella comunità scientifica, ma riguarda in modo diretto anche le singole persone che entrano negli studi, le associazioni che rappresentano i pazienti e i loro diritti, e tutta la comunità.
Numerosi enti di ricerca, organizzazioni internazionali di promozione e finanziamento della ricerca, editori scientifici, alcune industrie farmaceutiche e agenzie regolatorie sono favorevoli alla condivisione dei dati individuali, e la comunità scientifica è impegnata a definire veri e propri standard e linee guida per condividere in maniera efficace e responsabile i dati individuali de-identificati.

Il tema è complesso e, tra i diversi aspetti da considerare, ci sono sicuramente questioni legate al valore dei dati, il principio di autonomia delle persone che partecipano agli studi, la partecipazione alla ricerca vista come contributo a un bene collettivo (maggiore conoscenza, ricadute positive per la salute grazie ai risultati degli studi), e cosa questo implica rispetto ai valori in gioco, la fiducia delle persone in chi fa ricerca.

E’ giusto e fattibile che la persona che partecipa allo studio possa scegliere se e a quali condizioni permettere che i propri dati siano condivisi?

Partecipare a uno studio significa donare i propri dati alla comunità? I dati dei partecipanti agli studi sono un bene pubblico? I vantaggi che derivano dalla condivisione dei dati (maggiore trasparenza, valorizzazione dei dati raccolti) superano i rischi (di re-identificazione, di privacy) in misura tale da rendere superflua la richiesta di consenso (o dissenso) alla messa in comune dei dati da parte dei partecipanti agli studi?

Chi decide quali valori mettere sulla bilancia della questione (trasparenza-privacy, principio di autonomia- bene pubblico – salute pubblica) e quanto pesano?

Esistono proposte di modelli che non considerano le due parti come contrapposte, ma propongono sistemi di costruzione di mutua fiducia che permettono a chi decide di partecipare agli studi di fare scelte autonome, senza ingabbiare la ricerca con richieste continue di consensi puntuali e formali.

Le questioni in gioco si strutturano in base a quale si pensa sia il ruolo della ricerca nella società, cosa sia il bene pubblico, il valore del principio di autonomia rispetto a quello del bene pubblico – e quale idea di società si ha rispetto a chi prende decisioni con ricadute collettive.

E’ fondamentale – in ogni caso – che la elaborazione e definizione di questi processi avvenga coinvolgendo le persone direttamente interessate, che partecipano agli studi, e coloro che rappresentano i pazienti. E’ stata avviata un’indagine rivolta alle associazioni di pazienti e cittadini su questo argomento, per conoscere il loro punto di vista su quali rischi o vantaggi ritengono che ci siano, e quali procedure o garanzie pensano siano necessarie.

 

Referenze:

- Taichman DB, Sahni P, Pinborg A et al. Data Sharing Statements for Clinical Trials: A Requirement of the International Committee of Medical Journal Editors. Ann Intern Med. doi:10.7326/M17-1028
- National Institute of Health. Data sharing policy https://grants.nih.gov/policy/sharing.htm
- Medical research council - www.mrc.ac.uk/research/policies-and-guidance-for-researchers/data-sharing/
- Medical research council - www.methodologyhubs.mrc.ac.uk/files/7114/3682/3831/Datasharingguidance2015.pdf
- National Health Service- Health research Authority. Trasparent research. May 2013 www.hra.nhs.uk/about-the-hra/our-plans-and-projects/transparency/
- European Medicine Agency. Clinical data publication. http://www.ema.europa.eu/ema/index.jsp?curl=pages/special_topics/general/general_content_000555.jsp&mid=WC0b01ac05809f363e
- Institute of Medicine - Sharing Clinical Trial Data. https://www.nap.edu/catalog/18998/sharing-clinical-trial-data-maximizing-benefits-minimizing-risk
- European Federation of Pharmaceutical industries and associations. Responsible data sharing. Disponibile al link http://transparency.efpia.eu/responsible-data-sharing.
- Hopkins C, Sydes M, Murray G, et al. Supported a Controlled Access Approach to Share Individual Participant Data but Highlighted Concerns. J Clin Epidemiol 2016; 70: 17-25. Disponibile a: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/labs/articles/26169841/
- Erlich Y, Williams JB, Glazer D et al. Redefining Genomic Privacy: Trust and Empowerment 2014 PLoS Biol 12(11): e1001983. doi:10.1371/journal.pbio.1001983.

 Cinzia Colombo, Rita Banzi, Anna Roberto IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri
Elena Parmelli, Dipartimento di epidemiologia ASL Roma 1 Regione Lazio.

 

Ultimo aggiornamento: 26/06/2017

Inserito da Anna Roberto il Lun, 26/06/2017 - 15:32