Attenti all’empowerment!
Da alcuni mesi tra gli oncologi statunitensi non si discute d’altro. Questa piccola molecola agisce inibendo un enzima nei mitocondri (il PDK, pyruvate dehydrogenase Kinase) che, innescando un meccanismo a cascata, porta alla morte delle cellule tumorali (apoptosi) per cui si osserva una drastica riduzione della loro capacità proliferativa e di crescita, con la conseguente riduzione della massa tumorale. Il tutto senza alcun effetto collaterale apparente.
Tuttavia questi effetti per ora sono stati osservati in sperimentazioni animali, in topi per la precisione. Il passaggio alla sperimentazione sull’uomo è più che mai complesso, anche per ragioni di scarso appeal economico. Infatti il dicloroacetato è una molecola già in uso da decenni, soprattutto nella disinfezione delle acque, e per questa ragione non è brevettabile: chiunque svolgesse trial clinici non potrebbe godere degli eventuali guadagni esclusivi derivanti dalla sua commercializzazione.
I malati nel frattempo non stanno a guardare. Avidi di informazioni sugli esperimenti che potrebbero salvare loro la vita, ci mettono poco a scovare quelli sul DCA, a confrontarsi in rete, a organizzare una comunità di malati e loro parenti, esperti e non esperti. E ci mettono un attimo a reperire, anzi a produrre, e autosomministrarsi il dicloroacetato. Ma qual è la reale efficacia del DCA? E, soprattutto, è il caso si riporre tanta fiducia in questa molecola? La ricerca farmaceutica è un processo di selezione crudele, nel quale si parte da diecimila molecole per arrivare a un farmaco. er questo motivo la comunità scientifica si mostra cauta. Al momento «si conoscono degli effetti di DCA a livello cellulare e preclinico, ma gli studi eseguiti non consentono di stabilire se il suo meccanismo d'azione abbia un interesse per la terapia dei tumori umani», sostiene Maurizio D’Incalci, direttore del Dipartimento di oncologia all’Istituto Mario Negri di Milano. Inoltre, «sostanze con meccanismi d’azione analoghi non si sono rivelate efficaci quando sperimentate in modo rigoroso a livello clinico». Cautela, dunque, anche perché «se si utilizzano preparazioni “artigianali” vi sono rischi connessi alla mancanza di controllo di qualità del prodotto». Quanto al metodo, continua D’Incalci, «credo che quel tipo di sperimentazione non consenta di ottenere delle valutazioni credibili dei risultati. I pazienti e le loro associazioni sono protagonisti nella ricerca di nuove terapie ma sempre al fianco della comunità scientifica, che possiede gli strumenti scientifici e metodologici per condurre le sperimentazioni in modo appropriato». Antonino Michienzi
Inserito da redazione il Gio, 23/08/2007 - 17:07
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