Effetti collaterali e pericoli del mestiere: il rischio spiegato all’uomo della strada
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Recentemente la Food and Drug Administration, l’ente che autorizza i farmaci degli Stati Uniti, ha ritirato dal commercio il tegaserod, indicato per il trattamento della sindrome da colon irritabile e stitichezza cronica (FDA 2007). Confrontando i dati ottenuti negli studi clinici è emerso che il gruppo dei trattati ha corso un più alto rischio La ditta produttrice, si legge sul sito aziendale, ritiene comunque che il farmaco possa dare benefici a pazienti selezionati e sta discutendo con l’FDA sul modo migliore per riprendere la commercializzazione, probabilmente accompagnando il ritorno sul mercato con avvertimenti diretti a informare chi ha già disturbi al cuore, e quindi rischia di più, di non assumere il prodotto. Dopodiché ciascuno potrà valutare cosa è meglio per sé: rischiare e sperare di avere un beneficio oppure no. E’ piuttosto frequente che l’FDA e gli altri enti di vigilanza emanino comunicati per avvertire di un cambiamento nel profilo rischi e benefici di un farmaco. Tra gli esempi recenti:
Il rischio connesso all’uso di farmaci non è mai nullo ma è ritenuto accettabile se superato dai vantaggi.
Ma quanto una persona riesce a valutare il rischio connesso all’assunzione di un farmaco e le variazioni di pochi punti percentuali della probabilità E’ opinione diffusa tra gli esperti di comunicazione che no, non bastano: il rischio che un evento accada va paragonato con grandezze familiari alle persone. E’ con questo obiettivo che alcuni ricercatori si sono messi di buzzo buon a scartabellare le statistiche sul rischio connesso ad alcune delle più comuni attività umane legate al lavoro, al trasporto e al divertimento. Il risultato è stato pubblicato sulla rivista Health Affairs. Ecco i risultati.
Gli impiegati possono stare tranquilli: in un anno solo 1 ogni 200 mila muore per cause di lavoro. Prendere un’aspirina al giorno è come fare il vigile del fuoco: ogni anno 10 morti su 100 mila. Corre un rischio ben maggior di un camionista (ogni anno si contano 44 morti ogni 100 mila) chi prende natalizumab e chi prendeva il rofecoxib: rispettivamente 65 e 76 morti all’anno sempre ogni 100 mila.
Questi i rischi su un piatto della bilancia. Sull’altro si devono pesare i benefici. Chi decide dove pende la bilancia? Il malato, in base alle proprie convinzioni una volta che ha compreso fino in fondo quanto è probabile ottenere un beneficio e quanto un danno.
Un esempio. Una volta emerso il rischio di PML correlato a natalizumab il farmaco fu ritirato dal commercio. La ditta produttrice avviò allora uno studio in cui si dimostrò come metà dei malati di sclerosi multipla con sintomi gravi e resistenti alle cure fosse pronto ad accettare un rischio consistente di morte (un morto su mille; alcuni anche un morto su 100) per un farmaco capace di attenuare i sintomi. Lo studio voleva dimostrare (riuscendoci, visto che successivamente l’FDA votò per la reintroduzione di natalizumab) che basta far comprender i benefici e i rischi correlati a un farmaco e lasciar scegliere consapevolmente le persone. E così in effetti sembra aver fatto chi assumeva natalizumab prima del ritiro: solo un quarto di loro dichiara di aver ripreso la cura (Clarke 2006).
Bibliografia
Sergio Cima, Roberto Satolli
Inserito da redazione il Lun, 18/06/2007 - 11:47
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