interrompere la ricerca
Meno vistosa e problematica dal punto di vista legale è l'interruzione della sperimentazione non appena i risultati mostrino un esito
negativo.
Negli studi clinici controllati e randomizzati
e i doppio cieco
né il paziente né il medico sono a conoscenza del farmaco assunto. Per questo motivo ogni sei mesi un comitato esterno allo studio analizza i dati disponibili per evidenziare differenze in termini di efficacia
e di sicurezza per i pazienti. Sarebbe infatti poco etico somministrare una sostanza per 4 o 5 anni, quando dopo un anno si avessero dati sulla sua pericolosità o sulla maggiore efficacia dell'altro trattamento.
Questo meccanismo, nato per la sicurezza dei pazienti, viene però sfruttato dallo sponsor: quando queste analisi intermedie fanno presagire un esito sfavorevole dello studio, la ricerca viene interrotta spesso adducendo a scusa problemi di finanziamento.
Interrompere una ricerca per evitare che si diffondano notizie negative rappresenta una grossa violazione delle regole della ricerca, il cui scopo è quello di verificare un'ipotesi
. La comunità scientifica viene privata di un'informazione utile per la scelta di un trattamento, ma, soprattutto, viene vanificato il contributo dei pazienti che accettano di sottoporsi a qualche rischio
per contribuire al miglioramento delle cure.
sperimentare in modo limitato
Si supponga che un'industria farmaceutica sia in possesso del brevetto di un farmaco che riduce la pressione arteriosa. La sperimentazione clinica che deve essere svolta per dimostrarne l'efficacia è abbastanza semplice: è sufficiente documentare che un gruppo di pazienti trattati con quel principio attivo abbia, dopo pochi mesi di trattamento, la pressione arteriosa minore dei pazienti trattati con placebo
.
"Verificare l'efficacia di un farmaco rispetto alla sua capacità di ridurre la pressione arteriosa è però un obiettivo un po' limitato. In termini tecnici si dice che la riduzione della pressione arteriosa è un end point surrogato, ovvero un end point misurato al posto di quello vero: evitare che il paziente abbia un infarto, un ictus o che muoia. (…) Quanti sono i farmaci e i trattamenti utilizzati abitualmente dai medici, dei quali non si hanno prove adeguate di efficacia e per i quali non verranno mai eseguite ricerche, dal momento che l'industria produttrice non intende investire risorse economiche e gli organismi pubblici non hanno fondi per programmarle? "
(Tratto da Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di Marco Bobbio, Enaudi)
addomesticare la metodologia
Si possono individuare otto meccanismi che vengono adottati per "addomesticare una ricerca" scegliendo in modo "appropriato":
a) i pazienti
b) gli end point surrogati
c) gli end point combinati
d) il gruppo di controllo
e) il metodo della non inferiorità
f) il meccanismo di conduzione della ricerca
g) l'analisi a posteriori
h) il modo in cui presentare i dati.
a) Primo meccanismo: scegliere in modo "appropriato" i pazienti
Negli ultimi vent'anni si è passati da ricerche cliniche che coinvolgevano poche centinaia di pazienti ad alto rischio a ricerche svolte contemporaneamente da più centri (ricerche multicentriche) e che arruolano migliaia di pazienti a basso rischio.In un campione di pazienti molto gravi è attesa una risposta maggiore del farmaco e in tempi minori: l'efficacia di un farmaco per il colesterolo nel ridurre infarto e mortalità risulterà più evidente in pazienti aventi valori di colesterolo molto al di sopra della norma.
Una sperimentazione condotta solo su pazienti ad alto rischio fornisce risultati positivi con il minor sforzo economico e organizzativo, ma non dimostra la validità
del trattamento anche per i pazienti molto meno gravi e, quindi, non garantisce che una persona con un livello di colesterolo appena sopra la norma trarrà un beneficio in termini di prevenzione di eventi cardiovascolari gravi assumendo quel determinato farmaco.
"D'altra parte una volta conclusa la ricerca in modo positivo, viene affidato agli informatori scientifici il compito di dilatare opportunamente - con abile professionalità, fatta di mezze frasi e ben studiati silenzi - le indicazioni del farmaco al ben più ampio insieme di pazienti a minor rischio. Il lavoro di persuasione sarà sostenuto dalla diffusione di gadget costosi, di semplici oggetti di usi comune con il logo del farmaco da prescrivere, di inviti a congressi in località turistiche o di pubblicazioni addomesticate, scritte (o talvolta solo firmate) da illustri esperti, di inviti a piccole riunioni con cena, nelle quali gli stessi esperti spiegheranno le ragioni per le quali la prescrizione del farmaco è vantaggiosa, non solo per i soggetti ad alto rischio, ma anche per tutti coloro che hanno il colesterolo appena sopra i valori normali. Alla fine, il messaggio trasmesso alla classe medica sarà che il farmaco ha ridotto in modo significativo il colesterolo e gli eventi cardiovascolari, sorvolando sul fatto che i pazienti per i quali era stata dimostrata l'efficacia avevano caratteristiche del tutto peculiari, tali da rendere improbabile trovarne uno nella pratica clinica (…..) Se queste erano le strategie di ricerca e di marketing una decina d'anni fa, ora le industrie farmaceutiche si sono aggiornate. Le agenzie regolatorie non sono più disposte ad approvare un farmaco con un'indicazione generica ("per il trattamento dell'infarto " , "per la cura dell'anemia
") ma esigono una corrispondenza tra la dimostrazione di efficacia ottenuta con rigorose ricerche scientifiche e l'indicazione al trattamento che deve essere scritta sul foglietto illustrativo. D'altro canto i medici, sollecitati da coloro che sono favorevoli a una medicina basata sulle prove di efficacia e richiamati al rispetto delle norme vigenti, si mostrano sempre più restii a prescrivere un farmaco al di fuori delle indicazioni emerse dalle ricerche scientifiche . "
(Tratto da Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di Marco Bobbio, Enaudi).
Per questi motivi le case farmaceutiche da circa una decina d'anni finanziano studi su diverse migliaia di pazienti genericamente ammalati e a basso rischio.
Per la mega ricerca Heart Protection Study (1995) condotta su 20.000 pazienti allo scopo di sperimentare l'efficacia di una statina (un farmaco per ridurre il colesterolo) nel diminuire la mortalità, sono state scelte persone con malattie in qualche modo collegate a un'ipercolesterolemia, come coronopatie o diabete mellito, ma indipendentemente dal loro valore di colesterolo, che non è stato nemmeno registrato.
Dopo cinque anni la mortalità nei pazienti in cura con la statina era del 12,9 per cento, quella del gruppo di controllo del 14,7.
La differenza tra i due gruppi è minima, ma risulta statisticamente significativa grazie alle grosse casistiche.
Ora è quindi possibile prescrivere questo farmaco ai pazienti che hanno avuto patologie cardiovascolari, indipendentemente dal loro livello di colesterolo.
b) Secondo meccanismo: scegliere in modo "appropriato" gli end point, ovvero gli end point surrogati
Sembra ragionevole pensare che, se l'ipercolesterolemia provoca l'infarto e la morte precoce, ridurre il livello di colesterolo nel sangue debba ridurre l'incidenza
di infarto e prolungare la vita. Sembra ragionevole che se la mortalità dopo infarto è maggiore in coloro che hanno aritmie ventricolari, ridurre la comparsa di tali disturbi del ritmo debba ridurre il numero di morti improvvise.
In clinica invece non sempre ciò che è plausibile è anche vero. Esistono ricerche nelle quali si è riscontrata una maggiore mortalità nonostante che si fosse ottenuta un'importante riduzione della colesterolemia con il clofibrato e una riduzione quasi totale delle tachicardie ventricolari con la flecainide.
Se vengono scelti end point surrogati, sarà possibile condurre una ricerca in poco tempo, con pochi pazienti, dimostrare l'efficacia del farmaco e quindi commercializzarlo, evitando di sottoporlo a prove più rigorose, che potrebbe non superare.
c) Terzo meccanismo: scegliere in modo "appropriato" l'end point combinato
Per dimostrare che un farmaco riduce la mortalità è necessario seguire molti pazienti per un lungo periodo di tempo, poiché solo "osservando" un numero di decessi sufficientemente numeroso si può capire se c'è una differenza tra il trattamento sperimentato e quello di controllo. Un metodo alternativo misura l'effetto di un trattamento rispetto alla combinazione di alcuni eventi, che viene abitualmente definita end point combinato.
"Non sempre però tra gli end point combinati sono compresi end point veri. In una ricerca per la valutazione dell'efficacia di un ACE inibitore (il benazepril) in pazienti affetti da nefropatie cronica, è stato scelto come end point combinato il raddoppio della creatininemia o la necessità di ricorso a dialisi. In questo caso l'end point combinato è l'insieme di un end point surrogato (il raddoppio del valore della creantininemia) e uno vero (la necessità di ricorrere a dialisi) La ricerca viene presentata dagli autori come un successo del farmaco, in quanto il benazapril è stato in grado di ridurre nell'arco di tre anni l'end point combinato dal 20% (nei pazienti trattati con placebo) al 10. Il risultato della ricerca sembra suggerire un successo del farmaco: la riduzione dell'end point combinato in soli tre anni dal 20 al 10 per cento. Nelle conclusioni pubblicate sul New England Journal of Medicine gli autori si sentono pertanto autorizzati a dichiarare che "il benazepril fornisce una protezione contro la progressione dell'insufficienza renale nei pazienti con diverse malattie renali". Limitandosi a scorrere il riassunto, ci si fa l'idea che il farmaco dimezzi sia l'aumento della creatininemia, sia la necessità della dialisi; leggendo invece tutto l'articolo ci si rende conto che nel corso della ricerca solo due pazienti hanno avuto bisogno di dialisi e quindi l'effetto sull'end point combinato è da attribuirsi solo alla riduzione dell'end point surrogato. Tra l'altro, i decessi sono stati 8 su 300 tra i pazienti trattati con benazepril (2,6%) e 1 su 283 tra quelli con placebo (0,3 %): dal momento che la mortalità non era tra gli end points principali della ricerca, il dato non viene riportato nel rissunto".
(Tratto da Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di Marco Bobbio, Enaudi).
Analizzando 167 ricerche cliniche nelle quali era stato utilizzato un end point combinato è emerso che solo nell'11 per cento degli studi erano significativi sia la mortalità sia l'end point primario . Nel 38 per cento delle ricerche non era significativo nessuno dei due e nei casi restanti, il 51 per cento, è stata osservata una discrepanza tra i due obiettivi.
Scegliere un end point combinato è una decisione metodologicamente legittima. Se si decide di aggiungere un end point surrogato, più facile da misurare, alla fine della ricerca si potrà considerare raggiunto l'obiettivo previsto, anche se il trattamento è stato efficace solo nella riduzione dell'end point surrogato.
d) Quarto meccanismo: scegliere in modo "appropriato" il gruppo di controlloChi sponsorizza una sperimentazione vuole di solito dimostrare la superiorità del nuovo farmaco. Il modo più semplice è quello di confrontarlo con un placebo. Quando però esistono già altri trattamenti per la stessa malattia e dall'efficacia dimostrata, ai medici e ai pazienti interessa sapere se la nuova sostanza offra qualcosa in più rispetto a quelle già in commercio.
I ricercatori (e in particolare l'industria che produce il nuovo farmaco) si pongono allora il problema di trovare un altro farmaco da mettere a confronto con il proprio prodotto. La prima idea che viene in mente è quella di confrontarlo con un altro farmaco che non abbia alcun effetto sul parametro che si intende studiare. E così è stato fatto. La seconda idea è di non confrontarlo con il farmaco più efficace sul mercato.
Una volta scelto il farmaco di confronto che abbia un'azione simile a quella del nuovo prodotto che si intende studiare, si può giocare sulle dosi del farmaco di riferimento. Se si intende dimostrare l'efficacia del proprio, si sotto utilizza il prodotto del concorrente, se si vuole invece dimostrare la migliore tollerabilità, lo si somministra a dosi aumentate.
e) Quinto meccanismo: scegliere in modo "appropriato" di studiare la non inferiorità
Quando due farmaci hanno prevedibilmente un effetto molto simile, anche perché appartengono alla stessa classe terapeutica o hanno lo stesso meccanismo d'azione, è improbabile poter dimostrare che il nuovo sia più efficace di quello di controllo. Nascono così ricerche allo scopo di dimostrare che il nuovo farmaco e quello di controllo sono equivalenti o addirittura che il nuovo non è inferiore al vecchio.
È etico chiedere a un paziente il consenso a partecipare a una sperimentazione clinica spiegandogli che gli può essere somministrato il farmaco abitualmente utilizzato per il trattamento della sua malattia, noto per la sua efficacia, oppure un altro sperimentale che, ben che vada, ha un'efficacia equivalente a quello standard o addirittura ha un'efficacia inferiore? Le ricerche di equivalenza hanno una giustificazione solo quando il nuovo farmaco è meno costoso di quello standard, quando è di più facile somministrazione o quando ha minori effetti indesiderati.
f) Sesto meccanismo: scegliere in modo "appropriato" il meccanismo di conduzione della ricerca
Cosa succede se durante una sperimentazione uno o più pazienti decidono di abbandonare la ricerca perché non tollerano il farmaco?
Fino agli anni '70 si prendevano in considerazione per le analisi finali solo le persone che avevano portato a termine la sperimentazione. Questa prassi, corretta negli studi di fase I
e II che valutano l'efficacia del farmaco, porta a sovrastimare gli effetti positivi nella riduzione degli end point veri: si analizzano infatti solo i pazienti che hanno tollerato il farmaco. Sapendo inoltre che chi interrompe il trattamento viene escluso dall'analisi finale, i ricercatori potrebbero incoraggiare i pazienti più gravi ad abbandonare la ricerca.
Da circa trent'anni, quindi, i pazienti vengono assegnati in maniera casuale (randomizzazione
) a uno dei due trattamenti (farmaco o placebo, per esempio) e chi abbandona la sperimentazione viene comunque conteggiato nel risultato finale. È possibile che tra questi ultimi si verifichino dei decessi per mancanza di trattamento farmacologico, ma le morti verranno comunque attribuite al farmaco che si sta sperimentando. Come evitare di sottostimarne l'efficacia , salvando la rigorosità dell'analisi? Un gruppo di ricercatori è riuscito a trovare una 'soluzione', disegnando un protocollo di ricerca che aggirasse il problema.
La ricerca valutava l'efficacia di un betabloccante nei pazienti con scompenso cardiaco. I ricercatori sapevano che una quota di pazienti non avrebbe tollerato il farmaco, ma dovendo scegliere a caso a chi assegnare la cura e non potendo eliminare chi la abbandonava, sapevano che i decessi avvenuti tra questi ultimi sarebbero stati attribuiti al trattamento. Hanno così deciso di effettuare un periodo di prova (run-in) prima di far partire la sperimentazione: a tutti i pazienti veniva somministrata per due settimane una dose molto bassa del farmaco. Solo chi la tollerava passava alla fase successiva e veniva assegnato in maniera casuale al trattamento.
g) Settimo meccanismo: scegliere in modo "appropriato" le analisi a posteriori
Con il termine di analisi a posteriori si comprendono tutte quelle analisi statistiche che vengono eseguite sul database alla fine della ricerca, per individuare eventuali differenze fra il trattamento sperimentale e quello di controllo.
Avendo a disposizione migliaia di dati i ricercatori sono infatti tentati di verificare se il trattamento è più efficace nelle donne, negli anziani, nei pazienti con particolare caratteristiche cliniche. Se si eseguono migliaia di confronti, se ne troveranno sicuramente alcuni la cui differenza risulta statisticamente significativa.
"Facciamo un esempio: una volta completata la ricerca, si suddivide la casistica in maschi e femmine, in 4 gruppi di età e in 4 livelli di frazione di eiezione (un parametro che misura la capacità del cuore di contrarsi), in questo modo si eseguono confronti incrociati tra 32 sottogruppi di pazienti. Se i risultati complessivi della ricerca non dimostrano una differenza statisticamente significativa fra i trattati e i controlli, ci possiamo attendere una probabilità
del 19 per cento che in uno di 32 sottogruppi si dimostri una differenza statisticamente significativa a favore del farmaco attivo. Questa dimostrazione di efficacia in uno dei 32 sottogruppi avviene per puro caso e sarebbe quindi improprio spacciarla come una conclusione della ricerca, sostenendo che il trattamento, seppur inutile nell'insieme della casistica, è invece efficace, per esempio, nelle donne anziane con frazione di eiezione maggiore del 50 per cento. Se viene deciso prima dell'inizio della ricerca (a priori) quali sottogruppi verranno analizzati, si ha comunque la garanzia che i sottogruppi siano stati scelti sulla base dell'importanza clinica e non sulla base dei risultati ottenuti per caso nelle analisi eseguite alla fine della ricerca (a posteriori)"
(Tratto da Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di Marco Bobbio, Enaudi).
h) Ottavo meccanismo: scegliere in modo "appropriato" il modo con cui vengono presentati i dati
Se nel gruppo sperimentale si osserva una mortalità dell'uno per cento e in quello di controllo del due, i ricercatori potranno affermare che il farmaco ha dimezzato la mortalità oppure che ha ridotto la mortalità dell'uno per cento. Quale delle due esposizioni sceglieranno?
Entrambe sono corrette dal punto di vista statistico, nella prima i risultati sono espressi in termini di riduzione relativa rispetto al gruppo di controllo e nella seconda in termini di riduzione assolute. Diverso è l'impatto nella comunicazione del messaggio. Nel 1993 a un gruppo di medici di medicina generale è stato sottoposto un questionario nel quale venivano riportati i risultati dell'Helsinki Heart Study in termini di riduzione relativa (34 per cento), assoluta (1,4 per cento) e numero di pazienti da trattare NNT (77 pazienti), ma presentati come esito di tre diverse ricerche.
Dovendo indicare quale farmaco avrebbero prescritto sulla base della documentazione ricevuta, l'86 per cento era favorevole al farmaco quando era presentato in termini di riduzione relativa, ma solo il 25 per cento quando lo stesso veniva presentato in termini di riduzione assoluta o pazienti da trattare.
modulare la presentazione
Quando la ricerca è conclusa e i risultati sono pronti, con quali meccanismi si può modulare l'impatto dell'informazione, facilitando quella positiva e contrastando quella negativa? Ci sono anche qui alcuni meccanismi:
a) non inviare a una rivista l'articolo
b) decidere di pubblicare l'articolo su una rivista di minore diffusione
c) ritardare la pubblicazione dei risultati non favorevoli
d) anticipare la diffusione dei risultati ai medici e al pubblico prima della pubblicazione ufficiale
e) dare maggior enfasi a un farmaco utilizzando nelle pubblicazioni il nome commerciale.
a) Primo meccanismo: evitare di scrivere un articolo di una ricerca i cui risultati sono negativi
Molti ricercatori e direttori di riviste scientifiche sono convinti che le ricerche nelle quali sono stati ottenuti risultati negativi non interessino e che quindi non valga la pena di pubblicarli. Questo fenomeno chiamato positive result bias
è stato ampiamente discusso sulla stampa scientifica, soprattutto da quando si è affermato il principio che la scelta di trattamenti e procedure diagnostiche debba essere basato su solide prove scientifiche (Evidence Based Medicine).
"Ci si è resi conto che l'esclusione di dati negativi fornisce un'informazione distorta a favore dei trattamenti: i risultati negativi possono essere molto utili in quanto completano le notizie che riguardano un certo farmaco. La non pubblicazione dei risultati di una ricerca è un problema molto serio dal punto di vista della completezza dell'informazione, della sicurezza dei pazienti e dal punto di vista etico.
Perché non si pubblicano i risultati di una ricerca?
Se una ricerca ha fornito dati che dimostrano la non efficacia di un trattamento o addirittura la sua pericolosità, è probabile che il ricercatore stesso decida autonomamente di non scrivere l'articolo finale, intuendo lo scarso entusiasmo con cui verrà accolto dal comitato di redazione della rivista a cui lo sottoporrà. Inoltre non desidererà rendere pubblici i propri insuccessi (…..) C'è poi il forte sospetto che i direttori delle riviste scientifiche (nonostante alcuni affermino il contrario) preferiscano pubblicare articoli nei quali si dimostra che un trattamento serve, riduce eventi, migliora la qualità della vita. In effetti un direttore, che deve anche far quadrare il bilancio della rivista, decidendo di pubblicare un articolo che mette in cattiva luce un farmaco, sa che l'articolo verrà citato di rado e non accrescerà l'impact factor della rivista, e che verranno ridotti gli investimenti in pubblicità da parte dell'industria produttrice."
(Tratto da Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di Marco Bobbio, Enaudi).
Analizzando le ricerche farmaceutiche sui farmaci antinfiammatori è emerso che è avvenuta la pubblicazione solo di una delle 37 presentate alla Food and Drug Administration per il processo di approvazione, dal momento che è meglio rendere pubblici solo i risultati favorevoli. Questa bassa "resa" della ricerca è indubbiamente un problema di primaria importanza perché al pubblico di medici, ricercatori e pazienti giunge, sotto forma di pubblicazioni consultabili, solo un piccola parte del materiale scientifico prodotto.
Molte altre ricerche si perdono per strada, inducendo uno spreco non solo di risorse economiche e lavorative, ma soprattutto vanificando il contributo di migliaia di pazienti. Infatti la non pubblicazione dei risultati di una ricerca ha anche un importante risvolto etico: un paziente accetta di essere arruolato in un protocollo e quindi investe parte del proprio tempo e affronta un rischio soggettivo per contribuire all'avanzamento delle conoscenze scientifiche e, in un certo senso, se il contributo del paziente viene "sprecato", si infrange il patto fiduciario che si è instaurato tra ricercatore e paziente.
b) Secondo meccanismo: pubblicare un lavoro negativo su una rivista poco letta
L'importanza di una rivista dipende dal suo impact factor, il numero di volte in cui gli articoli vengono citati da altri autori. Se una ricerca ha fornito risultati positivi, i ricercatori invieranno il lavoro a una rivista con un elevato impact factor; se i risultati sono negativi probabilmente ripiegheranno su una poco letta, in modo che la notizia non si diffonda troppo.
La pubblicazione sotto tono è stata adottata per esempio per documentare l'inefficacia del trattamento dell'infarto miocardico acuto con nifedipina. Una ricerca svolta negli anni ottanta mostrava una mortalità maggiore nei pazienti trattati rispetto al gruppo di controllo, mettendo in serio dubbio la validità del farmaco, ampiamente utilizzato nelle cardiologie di tutto il mondo. I risultati vennero però pubblicati sull'European Journal of Cardiology, allora una rivista ben poco letta e conusciuta. Il risultato? La notizia ebbe scarsa diffusione e i cardiologi continuarono a utilizzare il farmaco per molto tempo.
c) Terzo meccanismo: ritardare il più possibile la pubblicazione di una ricerca i cui i risultati non sono favorevoli
Se due ricerche molto simili dal punto di vista metodologico danno esito differente, è probabile che quella che ha fornito risultati positivi verrà pubblicata prima dell'altra. Considerando due ricerche che mettevano a confronto terapia antiaritmica e defibrillatore impiantabile in pazienti resuscitati da aritmie ventricolari gravi, risulta che quella che dimostra un importante vantaggio del defibrillatore nel ridurre le sincopi venne pubblicata nel novembre 1997 sul New England Journal of Medicine, pochi mesi dopo l'interruzione della ricerca (avvenuta nell'aprile dello stesso anno).
Sulla base di quei dati vennero aggiornate le linee guida internazionali e venne stabilito che il defibrillatore è un trattamento raccomandato per episodi sincopali. La ricerca invece nella quale la riduzione della mortalità non risultò statisticamente significativa, pur essendosi conclusa nel marzo del 1998, venne pubblicata su Circulation soltanto nell'agosto del 2000.
Ma non è un caso isolato: prendendo in considerazione 109 ricerche condotte per valutare l'efficacia di farmaci per il trattamento dell'AIDS, è emerso che le ricerche con esito negativo venivano pubblicate in media dopo 6,5 anni, mentre quelle positive solo dopo 4,3. Il ritardo era dovuto soprattutto all'intervallo di tempo trascorso tra la fine della ricerca e la pubblicazione: 3 anni per le ricerche con risultato negativo e 1,7 per quelle con risultato positivo.
Il ritardo nella pubblicazione rappresenta un rischio per i pazienti: all'inizio degli anni novanta rimanevano ancora dubbi sul rapporto efficacia/pericolosità dei farmaci antiaritmici somministrati ai pazienti colpiti da infarto. Una ricerca chiave sul rischio di questi farmaci era già stata completata negli anni ottanta, ma venne pubblicata solo 13 anni dopo. E' stato stimato che se la notizia fosse stata diffusa subito si sarebbero potuti evitare dai 20.000 ai 75.000 decessi ogni anno solo negli Stati Uniti.
d) Quarto meccanismo: anticipare il più possibile la diffusione dei risultati particolarmente favorevoli di una ricerca
L'intervallo di tempo che intercorre di solito tra la chiusura di una ricerca (quando la verifica dei dati è conclusa) e la pubblicazione dell'articolo di presentazione può essere di alcuni mesi o anni. Prima di essere accettato da una rivista scientifica, l'articolo viene valutato da un certo numero di revisori (peer-reviewers). In base ai giudizi espressi il comitato di redazione decide se accettarlo, se chiedere agli autori di operare delle correzioni o se rifiutarlo. Quando ritorna nella versione definitiva, il manoscritto viene valutato nuovamente e ne viene prevista la pubblicazione in uno dei successivi numeri della rivista.
"Questo processo può durare anche più di un anno. Troppo lungo. Per venire incontro alle esigenze delle industrie farmaceutiche, molte riviste attualmente offrono una linea veloce (fast track) affinché in poche settimane si consumi il processo di valutazione e l'articolo possa essere uscire. Il Journal of the American Medical Association ha istituito nel 1999 il JAMA-EXPRESS (mirabile acronimo di Expedited Peer Review and Editorial System for Science) che garantisce alle principali ricerche cliniche la pubblicazione in sei settimane. Dal 1° luglio 2003 l'European Hearth Journal garantisce agli autori che richiedono la pubblicazione veloce, che entro 48 ore verrà deciso se l'articolo potrà usufruire del fast track, che la decisione finale verrà assunta entro 5 giorni lavorativi, che l'articolo verrà pubblicato sul sito web 14 giorni dopo e sulla carta nelle 6 settimane successive. Ma questo non basta. Bisogna che i giornalisti siano a conoscenza dei risultati della ricerca prima della loro pubblicazione, altrimenti come faranno a diffondere la notizia il giorno successivo (o per colpa dei fusi orari, lo stesso giorno) sui giornali di tutto il mondo? Ecco allora un nuovo strumento: la press release, una sintesi per la stampa. L'ufficio stampa della rivista prepara in anticipo una sintesi dei risultati della ricerca da consegnare ai giornalisti, affinché il pezzo per i quotidiani sia pronto il giorno nel quale avverrà la pubblicazione ufficiale sulla rivista scientifica. Deve però sussistere una garanzia: che nessuno li diffonda prima (…..) Queste sintesi sono uno strumento formidabile nelle mani delle riviste scientifiche per far conoscere le ricerche, ma sono anche un potente mezzo per influenzare il modo con cui l'informazione verrà diffusa nella stampa laica."
(Tratto da Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di Marco Bobbio, Enaudi).
La campagna informativa viene attivata dalla casa farmaceutica molto prima che l'articolo venga pubblicato. Per diffondere subito la notizia tra i medici, le associazioni scientifiche organizzano spesso congressi nei quali i risultati vengono presentati in via preliminare. Negli ultimi anni alcune industrie hanno trasmesso questi simposi via satellite in centinaia di sedi sparse in tutto il mondo, per raggiungere il maggior numero di medici possibile.
Poche ore dopo la presentazione, ma mesi prima della pubblicazione dei risultati, l'informazione è diffusa dappertutto. Se l'analisi dei dati non era completa può anche accadere che la ricerca non venga più pubblicata, ma la notizia circolerà ugualmente.
e) Quinto meccanismo: fare in modo che vengano pubblicati i nomi commerciali dei propri prodotti
Su questo aspetto non c'è molto in letteratura, ma si tratta indubbiamente di un problema che avrà crescenti implicazioni, anche solo perché sta aumentando.
Tre ricercatori hanno provato ad analizzare gli abstract
(il riassunto dell'articolo nel quale sono riportati i risultati principali della ricerca) pubblicati nelle tre edizioni consecutive del Congresso mondiale sul dolore (World Congress on Pain of the International Association for the Study of Pain) tenutesi nel 1993, 1996 e 1999. La percentuale di abstract nei quali veniva riportato il nome commerciale di un farmaco è aumentata dal 19 per cento del 1993 al 36 per cento nel 1999 (aumento relativo dell'89 per cento).
Gli autori fanno rilevare che non ha alcuna giustificazione scientifica riportare il nome commerciale in un abstract e che si rischia di trasformare le sessioni di presentazione orale delle ricerche in una vera e propria seduta di propaganda farmaceutica.