Alzheimer: farmaci in cerca di pazienti?Fonti Gli studi randomizzati godono la fama di fornire chiare prove a favore o contro l'efficacia Un esempio in merito è costituito dai farmaci inibitori della colinesterasi. A sostenerlo è un gruppo di epidemiologi italiani dell'Istituto superiore di sanità che ha preso in esame i trial e le revisioni condotte dal 1996 al 2005 su donepezil, galantamina e rivastigmina e ha pubblicato le proprie conclusioni su PLOS Medicine (la Public library of science che consente l'accesso gratuito a tutti i contenuti) criticando la qualità della maggior parte degli studi condotti e mettendone in dubbio i risultati. Secondo i ricercatori, al momento dell'approvazione per il trattamento sintomatico dei pazienti affetti da malattia di Alzheimer moderata o lieve (avvenuta circa una decina di anni fa negli Stati Uniti e successivamente in Europa) erano disponibili solo dati parziali e di dubbia qualità. Ciò nonostante le campagne pubblicitarie promuovevano "risultati altamente significativi nelle condizioni cliniche e cognitive", facendo riferimento, in particolare, a un aumento nella proporzione dei successi da trattamento del 245%. Un dato di sicuro impatto che solo in recenti revisioni sistematiche è stato ridimensionato a tal punto da far concludere che gli effetti di tali farmaci sono minimi e la base scientifica per la loro raccomandazione ai pazienti affetti da malattia di Alzheimer discutibile. Ma negli ultimi dieci anni gli inibitori della colinesterasi sono stati sperimentati in lungo e in largo (e con risultati ancora più scarsi) anche per la cura di numerose altre forme di demenza o deterioramento cognitivo. "Le case farmaceutiche hanno investito pesantemente nello sviluppo di trattamenti per l'Alzheimer" sostiene Marina Maggini (l'epidemiologa dell'ISS che ha condotto l'analisi) "e sono intenzionate a espandere il mercato alle altre forme di demenza". Studi ancora più dubbi, secondo i ricercatori italiani: il fatto che un trial sia randomizzato, infatti, non garantisce di per sé un risultato trasferibile alla pratica clinica, poiché criteri di arruolamento allo studio molto restrittivi, tempi troppo brevi per valutare l'andamento di malattie che hanno un decorso di diversi anni e una scelta accurata di end pointi surrogati (come, per esempio, l'utilizzo di test o scale di valutazione del deterioramento cognitivo a volte neanche validati per la particolare forma di demenza presa in esame), possono "creare false aspettative di efficacia", anche quando le prove non ci sono o sono molto deboli. In particolare i ricercatori italiani puntano il dito contro la sperimentazione degli inibitori della colinesterasi nei pazienti affetti dal cosiddetto "disturbo cognitivo lieve" (in inglese "mild cognitive impairment"): una condizione clinica che costituirebbe secondo alcuni un fattore di rischio Simona Calmi
Inserito da redazione il Mer, 14/06/2006 - 23:00
|
|
Condivido la posizione
Guido Rodriguez, Direttore U.O.