La guerra dei coxibFonti Il primo processo contro la Merck si è concluso due settimane fa in Texas. A quasi un anno di distanza dal ritiro del rofecoxib (l’ormai celebre Vioxx) dal mercato per l’aumentato rischio Sebbene la casa farmaceutica abbia annunciato di voler ricorrere in appello contro la sentenza (che ha sollevato dubbi anche all’interno della comunità scientifica, dato che l’aritmia non era stata finora messa in relazione all’assunzione del farmaco), i vertici aziendali hanno di recente dichiarato che potrebbero prendere in considerazione il patteggiamento per i casi più evidenti di danno alla salute. Questo verdetto, tuttavia, riconoscendo il diritto di risarcimento anche a quanti abbiano utilizzato il farmaco per periodi molto più brevi di quelli finora messi in relazione a un serio rischio cardio-vascolare (nei primi studi clinici che avevano indotto la Merck al ritiro spontaneo si parlava di almeno diciotto mesi, anche se in seguito questa soglia era stata abbassata) aprirebbe di fatto uno scenario molto più incerto per il futuro dell’azienda: secondo stime correnti a Wall Street, infatti, dalle cinquemila cause già avviate si potrebbe passare presto a cinquantamila e le richieste di risarcimento cominciano ad arrivare un po’ da tutto il mondo (com’era prevedibile considerata la vasta diffusione del farmaco). Anche dall’Italia, dove il Codacons ha promosso una causa collettiva (class action) che coinvolge circa un centinaio di nostri connazionali colpiti da infarto o ictus e le cui storie di assunzione del rofecoxib variano da pochi giorni a diversi anni. Un anno da dimenticare, quindi, per la Merck ma non solo, come ha commentato il New York Times all’indomani della sentenza texana, sottolineando che “la giuria ha assestato un altro duro colpo alla classe, già a terra, degli antidolorifici noti come cox-2”. E, infatti, secondo diversi analisti finanziari, anche la Pfizer si starebbe preparando ad affrontare situazioni simili, dopo che lo scorso aprile ha deciso il ritiro spontaneo dal mercato del valdecoxib, commercializzato come Bextra, per il rischio di reazioni cutanee gravi e potenzialmente fatali associati alla sua assunzione. Una classe di farmaci “al tappeto”, dunque? Non proprio. Dopo un drastico crollo delle vendite tra quelli rimasti sul mercato, i coxib hanno recuperato il terreno perduto (il più venduto è il celecoxib), anche se l’FDA americana a febbraio e l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) lo scorso giugno hanno raccomandato l’introduzione di nuove controindicazioni e avvertenze per evitare la prescrizioni in pazienti affetti da malattie cardiovascolari o considerati a rischio. Anzi, le principali case farmaceutiche (tra cui GlaxoSmithKline, Novartis, ma anche Merck e Pfizer) non intendono rassegnarsi all’idea di un ridimensionamento di questa classe di farmaci e sarebbero pronte a scommettere in un grande ritorno dei coxib. Per questo motivo stanno investendo ingenti capitali in studi che verifichino la sicurezza delle molecole ancora in vendita e delle nuove che intendono introdurre sul mercato. Simona Calmi, Pietro Dri
Inserito da redazione il Lun, 12/09/2005 - 23:00
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