Il consenso informato è anche rispettato?
I pazienti sono liberi di decidere? A chi devono rivolgersi nel caso una loro libera scelta non sia rispettata? Una ricerca “Progresso biomedico e biotecnologico e diritti fondamentali”, condotta dall’Università degli studi di Milano-Bicocca, ha tentato di fotografare la situazione italiana sottoponendo circa 400 tra medici e giudici a casi esemplari. Dalla cronaca la conferma che né gli operatori della salute né i giudici hanno le idee chiare sui diritti del malato e i doveri del medico. Ecco quanto ha dichiarato venerdì 26 gennaio, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte di cassazione Gaetano Nicastro: «appare urgente un intervento Di seguito alcuni casi controversi che hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani. Rifiuto di amputazione. Nel 2004 fece scalpore il caso della donna che non volle farsi amputare la gamba devastata dalla cancrena. La donna subì molte pressioni da parte dei medici che tentarono il cosiddetto «Trattamento sanitario obbligatorio», cioè l’imposizione dell’intervento chirurgico che la legge consente nei casi in cui il paziente non sia in grado di ragionare. Gli psichiatri che valutarono il caso però confermarono la salute mentale della donna a cui infine si appellarono religiosi e politici perché recedesse dalla sua decisione. Nulla smosse la sua volontà: pochi giorni dopo sopraggiunse la morte e l’allora segretario della Federazione dei medici siciliani commentò: «Non sempre è un bene rispettare le volontà di chi è malato, soprattutto, quando c’è una soluzione che gli impedisce di arrivare alla morte». Rifiuto di ricovero. Circa un anno fa la Cassazione assolse un medico di famiglia ritenuto colpevole, a detta del pubblico ministero, di non aver fatto ricoverare un paziente che si era presentato nel suo ambulatorio con i sintomi dell’infarto. Nel processo è emerso che il paziente fu avvisato in maniera adeguata sulla gravità della situazione ma aveva comunque rifiutato ulteriori cure. Due situazioni che parrebbero confermare che, pur con difficoltà, la volontà del paziente conta. Rifiuto di respirazione artificiale. Eppure è proprio il più recente dei casi dibattuti sui giornali a far pensare il contrario: negli ultimi mesi del 2006 si consuma la vicenda di Piergiorgio Welby. Paralizzato da anni a causa della distrofia muscolare e costretto a respirare tramite un macchina, Welby chiede pubblicamente che gli siano interrotte le cure. Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinge la richiesta dei legali di Welby di porre fine all’accanimento terapeutico: infatti secondo il giudice esiste il diritto di chiedere l’interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, ma vige anche il diritto del medico a ripristinarla, qualora si accorga che il paziente soffre. Il 20 dicembre 2006 Piergiorgio Welby è morto, sotto sedazione, dopo che gli è stato staccato il respiratore, secondo la sua volontà. Volontà del paziente di nuovo sub iudice. Il dibattito infuria a ogni livello, sociale, politico e religioso. I giudici chiedono norme più dettagliate per affrontare i dilemmi etici imposti dalla medicina. Però, nello stesso giorno in cui Nicastro invocava nuove leggi per sui malati terminali, i giudici di Trento ordinavano un risarcimento di 65 mila euro in favore di una donna Testimone di Geova per aver subito «pressioni fisiche e psicologiche» da parte dei medici che, pur avendo ascoltato la sua volontà di rifiutare la trasfusione di sangue, avevano tentato in ogni modo, e senza successo, di convincerla ad acconsentire al trattamento. Insomma, cosa fanno giudici e medici di fronte alla volontà del malato? Perché questa difformità di opinione e, soprattutto, di azione? Per rispondere a queste domande la ricerca condotta dall’Università Bicocca di Milano ha esplorato le situazioni in cui il progresso biomedico pone l’ordinamento giuridico in difficoltà a causa del ritardo delle norme rispetto al progresso scientifico.
Medici e giudici sono stati posti di fronte a casi concreti: veri e propri dilemmi per chiarire come gli operatori della salute e i custodi del diritto si comportano di fronte al paziente che rifiuta una cura, che vuole interrompere una situazione di accanimento terapeutico, oppure chiede l’eutanasia o il suicidio assistito. Risultato? Anzitutto su oltre 3.000 questionari inviati solo 360 sono tornati compilati, segno forse di disinteresse o, più probabilmente, dell’impreparazione ad affrontare questioni ritenute scottanti dal punto di vista etico e deontologico. Chi ha risposto si è dovuto confrontare con la mancanza di leggi specifiche che indicano cosa fare e in quali casi. Tuttavia nel rispondere non si è appellato ai principi più generali sanciti anche dalla costituzione italiana: l’integrità personale, l’autodeterminazione, il rispetto delle scelte individuali. Più spesso per decidere hanno messo in campo la propria esperienza e i propri valori. Ciò emerge anche da un dato: i medici hanno dato risposte omogenee a seconda della specialità di appartenenza. Oncologi, neurologi, medici di base, anestesisti si confrontano quotidianamente con situazioni differenti, differenti esigenze dei malati, e quindi hanno maturato diversi modi di intendere la relazione terapeutica. Ma ecco quali casi sono stati sottoposti a medici e giudici. Consenso informato I teoria: la giurisprudenza italiana e il codice deontologico dei medici stabiliscono l’obbligatorietà di informare il malato e agire solo dopo aver ottenuto il suo consenso
Aiuto a morire Come reagiscono i medici di fronte a un malato con grandi sofferenze che chiede una sedazione terminale, simile al caso di Piergiorgio Welby? Solo il 30 per cento esaudirebbe la richiesta.
In conclusione? Quanto il medico rispetta le scelte del malato?
I giudici si dividono a metà, tra chi dà ragione ai medici che rispettano la volontà del malto e chi no. E’ evidente quindi la mancanza di uniformità di giudizio. Tuttavia in molti si chiedono se sia davvero necessaria una legge ad hoc. Sembra quindi che il dibattito etico potrebbe essere risolto con un paio di sciabolate. Fermo restando che non si può aiutare nessuno a suicidarsi:
In questa ottica ogni ricorso a un tribunale appare superfluo. Dove si nasconde la complessità? Se il nutrimento è una terapia Sergio Cima
Inserito da redazione il Mer, 31/01/2007 - 01:00
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La complessità sta nella
Paola Gobbi, infermiera
Ritengo che le parole di
Paola Caiello, medico di medicina generale
consenso informato