Diagnosi prenatali: tra il sapere e il fareFonte Già nei primi tre mesi di gravidanza è possibile conoscere la probabilità Il vantaggio di questo modo di procedere, commentano gli autori dello studio, è molteplice:
Secondo altri la gestione di questa informazione non è così facile. Spesso dopo essere venuti a conoscenza del risultato di un test prenatale i genitori chiedono al medico: «E adesso cosa dobbiamo fare?». Il medico, se è corretto sul piano deontologico, non risponde: la decisione si fonda su valori morali non trasferibili. Occorre sapere fin da subito che l’aiuto che viene dalla medicina è un’accurata interpretazione probabilistica della situazione, ma non dà la risposta alla domanda «Cosa faccio ora?». Il "da farsi", dipende dalla completa comprensione del significato delle informazione e delle conseguenze della propria decisione. Tra le cose da sapere
Il rischio di avere un bambino Down cresce con l’età della madre, è risaputo. Ma non è mai uguale a zero. Esiste una prima batteria di esami che stimano questo rischio, tenendo conto di una grande quantità di dati. Sono esami tecnicamente facili, che non danneggiano mamma e bambino. Alle donne con più di 35 anni il Servizio sanitario offre la possibilità gratuita di prelievo dei villi coriali o amniocentesi. Le più giovani possono accedere a proprie spese allo screening precoce e, nel caso gli esami preliminari conferiscano loro un rischio pari a quello di una donna 35enne, hanno accesso gratuito agli esami più invasivi. Gli autori dello studio enfatizzano l’importanza dei test precoci proprio per le donne più giovani: sono loro a far nascere il maggior numero dei bambini e di conseguenza anche il maggior numero di bambini Down. Ma perché a pietra di paragone si prende il rischio di una donna di 35 anni, cosa avviene dopo? Queste le cifre dopo i 35 anni
Ma il rischio di avere un aborto spontaneo è paragonabile a quello di avere un bambino Down a prescindere dai valori e dalle priorità dei genitori? Al contrario di quanto affermano gli autori dello studio pubblicato sul New England, si può dire che l’esistenza di questi esami non faciliti le decisioni dei genitori. Non è una tecnica neutra al servizio di chi ne vuole far uso.
Si sottolineano questi punti, non perché chi scrive desidera esprimere la propria convinzione in un senso o nell'altro, ma perché si intende mettere in chiaro come le procedure diagnostiche per il Down, così come molte altre tecnologie mediche, sotto un'apparente neutralità, siano in realtà impregnate di ideologia, nel bene o nel male. In effetti diverse sono le posizioni assunte nella società: tra chi esorta a incentivare l’accesso allo screening e chi invece ha costituito associazioni che lavorano per facilitare l’accettazione sociale delle persone portatrici di handicap da parte della società ed esalta i progressi compiuti nello studio della sindrome di Down che hanno determinato un miglioramento generale della qualità di vita di chi ne è affetto. Sergio Cima, Roberto Satolli
Inserito da redazione il Dom, 18/12/2005 - 00:00
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