La ricerca clinica ai tempi della globalizzazione
Non solo automobili, elettrodomestici e vestiti. Tra le creature di ‘mamma globalizzazione’ bisogna ormai annoverare anche gli studi clinici sui nuovi farmaci, che dai test in Asia, Est Europa e Sud America arrivano dritti dritti agli scaffali delle nostre farmacie. Un trend in crescita Come tutte le altre industrie, anche quella farmaceutica sta cavalcando da diversi anni l’onda della globalizzazione. Dal 2002 ad oggi, per esempio, il numero di ricercatori regolati dalla Food and Drug Administration con base fuori dagli Stati Uniti è cresciuto del 15% ogni anno, mentre il numero di ricercatori con base negli USA è calato del 5,5%. Andando poi ad analizzare i trial di fase tre delle 20 maggiori compagnie farmaceutiche statunitensi (secondo dati aggiornati al novembre 2007), emerge che un terzo delle ricerche (157 su 509) viene condotto fuori dagli Stati Uniti, mentre il numero di trial negli USA e nell’Europa occidentale è in continuo calo. Passando poi in rassegna 300 articoli comparsi sulle principali riviste scientifiche (NEJM, Lancet e JAMA) nel 1995 e nel 2005, gli esperti hanno osservato che in soli dieci anni è più che raddoppiato il numero dei paesi in cui sono stati condotti gli studi (alcune voci critiche raccolte dal New York Times contestano però che nel 1995 il 40% delle pubblicazioni non indicava il luogo in cui era stata condotta la ricerca). L’imperativo: ridurre costi e tempi
Ma quali sono le ragioni che spingono le industrie farmaceutiche a delocalizzare tutti questi trial? Una questione di etica
Se da un lato gli esperti della Duke University riconoscono che la globalizzazione dei trial può avere effetti benefici (come la collaborazione e lo scambio di informazioni tra ricercatori di tutto il mondo), dall’altro pongono l’accento su alcune importanti questioni. Una questione scientifica L’analisi pubblicata dal Nejm critica la globalizzazione nella ricerca clinica anche dal punto di vista scientifico. Secondo gli autori dello studio, non è sempre possibile riportare alle ricche popolazioni occidentali i dati delle sperimentazioni fatte nei paesi in via di sviluppo. Innanzitutto per un motivo biologico: «popolazioni geograficamente distinte possono avere profili genetici differenti», sottolineano i ricercatori, «ed è stato dimostrato che queste differenze influiscono sull’efficacia e sulla sicurezza dei farmaci e addirittura dei dispositivi medici». E poi anche per motivi sanitari. Nei paesi in via di sviluppo, infatti, è molto facile trovare pazienti che non sono mai stati trattati per una certa patologia: una situazione impensabile per i malati dei paesi ricchi che casomai hanno il problema opposto, quello cioè di dover assumere più farmaci contemporaneamente e di evitare pericolose interazioni ed effetti collaterali. Qui si gioca il futuro Gli esperti della Duke University sono convinti che «il futuro dell’industria farmaceutica dipende dalla risoluzione di questi problemi». Per questo, nel loro articolo, cercano di indicare possibili soluzioni, come lo snellimento della burocrazia che regola la sperimentazione nei paesi occidentali o l’istituzione di corsi di formazione per ricercatori di tutto il mondo. Invocano addirittura l’istituzione da parte dell’Oms di una commissione internazionale che riunisca i principali attori coinvolti e affronti la questione alla ricerca di un largo consenso. Tre gli obiettivi da raggiungere: «garantire globalmente l’integrità etica e scientifica della ricerca clinica, promuoverne l’armonizzazione a livello internazionale e fornire informazioni su rischi e benefici dei nuovi farmaci» in relazione alle condizioni in cui vivono i veri pazienti-destinatari. Elisa Buson
Bibliografia Elisa Buson
Inserito da Elisa Buson il Mar, 26/05/2009 - 14:20
|
|