Parto cesareo: più rischi o benefici?

Venire al mondo non è semplice, neanche con un parto cesareo. Sebbene sempre più donne scelgano l'opzione chirurgica per dare alla luce il proprio bebé, l'aiutino del bisturi non è così utile e innocuo come sembrerebbe. A dimostrarlo è uno studio condotto in America latina, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati dall'autorevole rivista scientifica British Medical Journal.

E' tutta una questione di posizione

L'indagine è stata condotta all'interno di una più ampia ricerca svolta nel 2005 dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sul tema della maternità e della salute perinatale. In particolare, i ricercatori hanno esaminato i dati riguardanti oltre 94 mila nascite avvenute in 120 strutture sanitarie dell'America latina.
Il primo importante numero che emerge dallo studio è sicuramente quello dell'elevata percentuale di parti cesarei, a cui hanno fatto ricorso quasi 34 donne su 100, per un totale di 32 mila interventi.
I ricercatori hanno osservato che questa pratica chirurgica, spesso considerata come un'alternativa sicura al più naturale parto vaginale, ha in realtà comportato un aumento significativo della morbilità materna, cioè della frequenza di malattie nel campione di donne prese in esame. In particolare, hanno constatato che il rischio di dover ricorrere a un trattamento antibiotico dopo il cesareo è addirittura 5 volte maggiore che dopo il parto vaginale.
Anche per quanto riguarda la salute del bambino, lo studio chiarisce che la pratica del cesareo non ha sempre un effetto positivo: il rapporto rischi-benefici, infatti, sembra variare a seconda della posizione assunta dal feto durante il parto. Se il bimbo si presenta in posizione podalica, il cesareo pare avere un effetto protettivo: il tasso di mortalità fetale si riduce di oltre 8 punti percentuali (9,69% con il parto vaginale, 0,96% con il cesareo), mentre il tasso di mortalità neonatale cala quasi del 7% (8,55% con il parto vaginale, 1,79% con il cesareo). Se il bambino si presenta in posizione cefalica, invece, il ricorso al cesareo è potenzialmente più pericoloso: aumenta il rischio che il bimbo rimanga in terapia intensiva neonatale per più di 7 giorni e cresce anche il rischio di mortalità, per lo meno nel periodo compreso tra la nascita e il momento delle dimissioni dall'ospedale.

Il bisturi è sempre un rischio

Come sottolinea l'editorialista del BMJ Allison Shorten, «lo studio chiarisce che il frequente ricorso al parto cesareo non comporta necessariamente migliori effetti sulla salute di madri e bambini». Numerose ricerche avevano già dimostrato in precedenza che il cesareo comporta notevoli rischi: in molti avevano constatato che questa pratica causa un aumento della permanenza dei bambini in terapia intensiva, una più lunga degenza ospedaliera delle mamme (spesso costrette a un nuovo ricovero nel periodo post-partum), e una più elevata mortalità materna dovuta principalmente a infezioni, tromboembolismo venoso e complicazioni legate all'anestesia. Diversi specialisti, poi, avevano già espresso preoccupazioni per la correlazione tra il parto cesareo e i tassi di mortalità e morbilità neonatale. Senza contare che la chirurgia nel parto, come tutti gli altri tipi di chirurgia, è associata all'insorgenza di problemi iatrogeni, causati cioè da farmaci.
«Nonostante sia sempre più accettato come alternativa al parto vaginale - sottolinea Shorten - il taglio cesareo non è una pratica chirurgica benigna. Anche questo nuovo studio dimostra che il cesareo è giustificato solo quando i benefici superano i rischi». Si tratta quindi di valutare tutte le variabili prima di effettuare la propria scelta. Molte donne, per esempio, scelgono di evitare il parto vaginale per salvaguardare il pavimento pelvico, in modo da scongiurare problemi urinari nel lungo termine. Ma, come spiega Allison Shorten, non c'è unanimità tra gli specialisti riguardo il trauma del pavimento pelvico indotto dal parto, né tanto meno circa la misura in cui il cesareo possa prevenire questi problemi urinari nel breve o lungo termine. Quindi, tra i bisogni più urgenti c'è sicuramente quello di definire meglio, con nuovi studi, i pro e i contro di tutte le metodiche di parto, in modo da permettere alle future mamme delle scelte più consapevoli. E poi, come conclude l'editorialista Shorten, è fondamentale «supportare quelle pratiche che complementino, invece che contrastare, la normale fisiologia della nascita». Proprio perché il cesareo non è sempre la via migliore, anche se è intrapresa da un numero in costante crescita di donne.

Tutti i numeri del parto cesareo

I parti cesarei, infatti, sono in continuo aumento in tutto il mondo, nonostante l'Oms ne raccomandi il ricorso nel 10-15% dei casi.
Come Shorten ricorda nel suo editoriale, i parti cesarei in Australia sono cresciuti dal 19,4% del 1994 al 29,1% del 2004. Anche negli Stati Uniti la percentuale è salita fino al 30,2% registrato nel 2005, un dato molto simile a quello dell'America latina, dove il 33% dei parti avviene chirurgicamente.
Nemmeno l'Italia fa eccezione: lo conferma il Rapporto Cedap 2004 sull'evento nascita nel nostro paese, una pubblicazione che analizza i dati rilevati attraverso il flusso informativo del Certificato di assistenza al parto istituito nel 2001.
In media, secondo il Rapporto, il 36,9% dei parti avviene con taglio cesareo: questa percentuale è più alta per i parti che avvengono in case di cura private (57,8% nelle accreditate e 74,2% nelle non accreditate), mentre negli ospedali pubblici si ricorre alla chirurgia nel 34% dei casi.
In particolare, la maglia nera per l'abuso del taglio cesareo spetta a tre regioni del sud (Campania, Puglia e Basilicata), mentre le più virtuose si trovano nel centro-nord (Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Toscana).

Bibliografia

Shorten, "Maternal and neonatal effects of caesarean section". BMJ 2007; 335: 1003.
Villar, Carroli et al., "Maternal and neonatal individual risks and benefits associated with caesarean delivery: multicentre prospective study". BMJ 2007; 335: 1025.
Anonimo. "Confermato il ricorso eccessivo al parto cesareo". ASI 2007; 14: 2.

Elisa Buson

Inserito da redazione il Lun, 23/06/2008 - 18:33

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