Diagnosi al caleidoscopio: il test genetico del tumore al senoFDA News. FDA Clears Breast Cancer Specific Molecular Prognostic Test. February 6, 2007
Una sfilza di quadratini rossi e verdi: è il risultato del test genetico approvato recentemente dalla Food and Drug Administration. Qual è la novità? Anzitutto è il primo test di questo genere a ricevere il sigillo di garanzia del severo ente di controllo statunitense. Ma soprattutto il nuovo strumento diagnostico promette di risparmiare cure inutili a chi non ne ha bisogno. Il problema è questo: alle donne operate di tumore al seno viene consigliata oltre alla rimozione del tumore anche la chemioterapia, a base di farmaci dai pesanti effetti collaterali. Lo scopo è quello di ritardare o meglio ancora evitare la formazione di metastasi. Il fatto è che molte donne non avrebbero comunque una ricaduta della malattia: il loro tumore fin dall’inizio è destinato a non ripresentare, chemioterapia o meno. Come evitare che queste donne subiscano inutilmente una cura fastidiosa? Difficile saperlo: i tumori si evolvono in modo imprevedibile, a dispetto della dimensione, della diagnosi istologia e dell’estensione ai linfonodi. Gli esami attuali in sostanza non sono capaci di discriminare i la pericolosità dei tumori. Qui entra in gioco il nuovo esame diagnostico. Come è possibile? Il processo di analisi è molto complesso. Bisogna prendere una frammento di DNA dei tumori e riconoscere quali geni sono espressi e quali no. I tumori gravi esprimono geni diversi rispetto ai tumori meno aggressivi. Alla fine del processo, quindi, ciò che il medico si trova di fronte è fila di segnali verdi o rossi a seconda che un gene sia espresso oppure no. Correttamente interpretati questi segni potrebbero fornire la prognosi del tumore analizzato. Ma come verificare la correlazione tra una mappa genetica e la gravità della malattia? I ricercatori olandesi hanno analizzato i geni espressi da tumori che avevano già manifestato la loro natura aggressiva, hanno traccia gli identikit dei tumori a prognosi sfavorevole e hanno iniziato a predire l’evoluzione di tumori allo stadio iniziale. E hanno azzeccato le previsioni. Il test si è rivelato affidabile e utile a predire l’evoluzione del tumore soprattuto quando applicato in donne con meno di 61 anni, su tumori allo stato 1 o 2 , con diametro inferiore a 5 centimetri e con linfonodi liberi dal tumore. Questo risultato positivo ha spinto l’FDA ad autorizzare la pratica di questo tipo di test genetico che, una volta tanto, mette i malati in condizione di minor incertezza e dà la possibilità di risparmiarsi gli effetti collaterali di cure che a conti fatti sarebbero stati del tutto inutili. Sergio Cima, Roberto Satolli
Inserito da redazione il Mer, 21/02/2007 - 19:43
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