Stress e lavoro: rimediabile?

Lo "stress", definito ancora in maniera piuttosto ambigua ma significativamente più chiara rispetto a qualche anno fa, è considerato la prima causa di disagio percepita dai lavoratori di tutte le attività lavorative su scala europea. I fattori di cui più si discute da qualche decennio a questa parte in materia di prevenzione dei rischi psicosociali e delle loro conseguenze, sono il carico di lavoro, l’autonomia e il controllo che il lavoratore esercita sui propri compiti e orari, il supporto sociale offerto al lavoratore dai colleghi, dai superiori e da esterni all’organizzazione, fra cui certamente la famiglia. Le conseguenze negative sulla salute dovute allo stress, il mobbing e il burn-out, occupano oggi il primo posto, al pari delle patologie da dolore lombare e muscolare del collo e delle spalle, tra i disturbi riferiti dai lavoratori di tutti i settori. Ciò emerge nell’indagine chiamata Fourth European Working Conditions Surveys (EWCS, 2005), svolta ogni 5 anni dalla European Foundation for Improvement of Living and Working Condition, e ripetuta nell’autunno del 2005 con un campione di più di 30.000 lavoratori provenienti da 31 paesi quasi tutti appartenenti all’Unione Europea. Da questa indagine è risultato infatti che gli intervistati riferiscono come fra i disturbi provocati dal loro lavoro la lombalgia sia al primo posto con il 33% del totale, lo stress sia presente nel 28% dei casi, il burn-out nel 23% e le cervicobrachialgie e i dolori alle spalle complessivamente costituiscano un altro 23% del totale (4). È naturale quindi che su scala europea questi dati diventino allarmanti, corrispondendo a milioni di lavoratori che soffrono di sindromi da risposta patologica allo stress e di altri disturbi psicosociali, che comportano quindi altrettanti milioni di giornate lavorative perse ogni anno e scarsa efficienza professionale. I costi di questa problematica sono difficilmente calcolabili, ma abbastanza facilmente si può immaginare il loro ordine di grandezza, ed è per questo che, nella logica della prevenzione, si cerca di comprendere le cause principali di queste patologie e si cerca di identificare alcune fra le possibilità di intervento più rapidamente attuabili su vasta scala per limitarne la diffusione. La domanda che pongo a chi ha aperto questa discussione in maniera veramente molto interessante è: se le industrie e la struttura attuale del mercato del lavoro non sono in grado di accorgersi in tempi brevi di quanto converrebbe loro investire sul benessere dei lavoratori (ricordiamoci che la maggior parte dello stress nasce dal lavoro, inteso come identità socio-produttiva dell'individuo e da come essa influisce sulla vita quotidiana), chi potrebbe pagare la ricerca? Spero di non spostare troppo la discussione su un piano politico, cosa che assolutamente non mi interessa... Aggiungo soltanto che, da quello che i è dato di sapere, strumenti per la misurazione dello stress esistono in abbondanza, si tratta di questionari assolutamente validati, che come strumento diagnostico non sono meno validi di quelli comunemente utilizzati in psichiatria per valutare la componente soggettiva di patologie ben note e accettate come tali, come per esempio la depressione... perchè lo stress non dovrebbe allora esser misurabile? Almeno la sua componente riferita/soggettiva/sintomatologica?

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