I determinanti sociali della salute

Più dei geni, più di ciò che mangiamo, più del fumo: c'è un singolo fattore che determina la salute e la durata della vita di tutti, ed è la condizione sociale in cui si vive e il ruolo gerarchico che si ricopre nella società.

Lo svantaggio in termini di aspettativa di vita delle classi disagiate è noto da tempo. Una recente indagine condotta dall’ISTAT, dal Ministero della salute e dalle Regioni ha rilevato che in Italia esistono forti disuguaglianze di salute tra ricchi e poveri e tra Nord e sud. In particolare lo svantaggio colpisce le aree dove è alta la concentrazione di persone con basso livello di istruzione, poco abbienti e prive di reti sociali di protezione.

Gli epidemiologi italiani nel «Manifesto per l’equità » affermano che «nessun fattore di rischio biologico, considerato singolarmente, ha sulla salute una influenza paragonabile a quella dello svantaggio economico e culturale».

Nonostante questi dati acquisiti, che attribuiscono alle condizioni sociali un importante contributo alla longevità, il peso attribuito loro dai medici, dai politici e dall’opinione pubblica è scarso: è generale la percezione che più decisivi siano i fattori legati alle variabili biologiche o allo stile di vita (colesterolo, patrimonio genetico, alimentazione).

Questo implica l’esistenza di una sorta di Riserva di salute a cui alcuni non riescono ad attingere: se tra chi è al vertice della piramide sociale e chi è alla base c’è un divario nella condizione di salute, significa che esiste una possibilità di miglioramento che non dipende da ulteriori progressi nella medicina ma unicamente da azioni che estendano a tutti le medesime condizioni che determinano la miglior salute delle classi più elevate.

Nel manifesto gli epidemiologi chiedono che chi si occupa della cosa pubblica investa in politiche che diano il giusto peso alla condizione socioeconomica come determinante della salute: sarebbe possibile migliorare lo stato di salute generale con adeguati programmi di ricerca per lo sviluppo e l’equità, come dimostra l’allungamento della vita dei ceti meno abbienti registrata negli ultimi 100 anni e attribuito alle politiche sociali (per esempio la costruzione delle infrastrutture, la riduzione dell’orario di lavoro, la previdenza ecc.) più che al progresso della medicina.

Tuttavia le differenze di salute che si manifestano oggi nei paesi ricchi non sono tanto legate a carenze materiali, ma permangono (anzi si allargano) anche quando il reddito assoluto di tutte le classi sociali si innalza, purché si mantenga la forbice relativa che divarica le classi privilegiate da quelle subordinate.

Michael Marmot, epidemiologo sociale e pioniere in questo filone di ricerche, ha osservato che negli Stati uniti chi percepisce un reddito pari a 17.000 dollari ha una aspettativa di vita minore di chi ne percepisce 34.000. In Grecia, chi percepisce 17.000 dollari occupa una posizione sociale di rilievo e ha una aspettativa di vita superiore alla classe media statunitense, a parità di reddito.

Le differenze nelle condizioni di salute trovano quindi ragioni più profonde che la semplice condizione economica.

Sembra che esista qualcos’altro che determina fortemente la salute e sia connesso con la struttura sociale in cui si vive e quindi difficilmente eliminabile: lo stress. Dove le differenze di istruzione e di reddito sono esigue, ma esiste una gerarchia sociale permangono differenti condizioni di salute: le persone che occupano una posizione più elevata hanno una maggiore aspettativa di vita e si ammalano meno di quasi tutte le malattie. La spiegazione starebbe nel minor grado di stress a cui è soggetto chi esercita un maggior controllo sulla propria attività lavorativa e in più generale sulla propria vita, a dispetto delle credenze più diffuse.

Eppure lo stress, identificato come un potente determinate della salute, non ha attirato negli anni l’attenzione della ricerca, né pubblica né privata. E’ possibile tentare una spiegazione, anzitutto nella difficoltà di compiere ricerche su fattori di rischio sociali piuttosto che su fattori di rischio biologici. In secondo luogo vi sono le difficoltà che le istituzioni pubbliche incontrerebbero nella gestioni dei risultati di una ricerca di questo tipo: le questioni politiche sono alla radice stessa della struttura organizzativa della società.

Inoltre l’industria non potrebbe ricavare profitto da una ricerca su fattori non controllabili con un farmaco. Gli studi sul colesterolo, che hanno osservato il rischio di infarto per alti valori nel sangue, come conseguenza hanno prodotto studi su farmaci deputati ad abbassare questi valori: le statine, risultato di queste ricerche, sono oggi tra i farmaci più venduti al mondo, anche se non sembrano aver ridotto il numero degli infarti (vedi Statine: troppe o troppo poche).

Ciò spiega perché fino a oggi siano state investite somme ingenti per calcolare il rischio provocato da fattori biologici (e si continui a investire anche laddove si sa già praticamente tutto o si disponga già di rimedi efficaci) e somme molto esigue per studiare i meccanismi di azione e di controllo dello stress sociale, che pure sembra essere un determinante molto potente della salute individuale e collettiva.

 

Per saperne di più

Sergio Cima, Roberto Satolli

Inserito da redazione il Mer, 14/06/2006 - 00:00

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